domenica 25 dicembre 2011

And the night is set to freeze

"Is there a time for tying ribbons
A time for Christmas trees
Is there a time for laying tables
And the night is set to freeze"

sabato 24 dicembre 2011

venerdì 23 dicembre 2011

Christmas Carol

Il mendicante ha le scarpe dorate. La ragazza se ne accorge subito mentre a testa bassa, con l’imbarazzo di chi vorrebbe passare inosservato, attraversa la pietosa cantilena – "monetina, monetina, monetina" – e afferra la maniglia antica, unta di impronte. Di tutte le scarpe che avrà avuto a disposizione al centro di accoglienza – pensa la ragazza scegliendo il comodo rifugio di una panca – ha voluto proprio quelle, quelle gelide pantofoline sportive di plastica oro, leggermente appuntite e sigillate dal velcro. Prima di congedarsi dall’oscurità, la ragazza si sfila i guanti e, sforzandosi di contenere lo sfrigolìo dei sacchetti, fruga la borsa in cerca di una moneta. Ne cava un soldino da venti centesimi: è la sorte che ha deciso. Fuori, alla luce e al freddo del giorno, il mendicante è costretto a levarsi di tasca la mano timida, dalla carnagione incerta, per accogliere e ringraziare quella miseria.
Non sono molte le ragazze che oltrepassano la soglia secolare della chiesetta: il mendicante è avvezzo al passo misurato dei vecchi, alla gravità dei loro sguardi; il mendicante ha rispetto di tutto il silenzio doloroso che si deposita dietro il portone di legno. Anche la ragazza sembra avere in sé qualcosa di vecchio e stanco, forse per via del cappotto grigio militare, pendente su un lato e sformato dagli anni.
Il venditore di specialità gastronomiche tirolesi è di gran lunga il più attraente, giudica la ragazza: sguardo affilato, occhi chiari e cappello da brigante, ha il buon gusto di non incitare agli acquisti, come invece sta facendo il titolare del banco di cibarie toscane. La ragazza prova una fitta al cuore per tanta modestia, tanta bellezza unita all’eroica sopportazione del gelo. Sono mille gli articoli in esposizione e tutti le fanno battere il cuore, tutti la inteneriscono ed esaltano quanto il venditore. Un brezel, sì, un brezel se lo può permettere. Ma intanto è arrivata una cliente che sa il fatto suo: insensibile, assaggia dello speck, contratta e compra.
La voce del venditore non corrisponde alle aspettative: la ragazza non si sente più così obbligata a comprare. Sceglie due brezel, quattro euro di spesa, ecco tutto. Però il banco trabocca di leccornie: strudel, gnocchi, formaggi, salumi, funghi. La ragazza raccoglie i suoi sacchetti e indugia ancora, avvolta nel sacco informe del pastrano, e non immagina quanti occhi siano puntati su di lei: tutti i venditori esaminano la sua indecisione, con studiata naturalezza sperano che la ragazza si volga verso la loro mercanzia. Invece no, la ragazza resta ancorata alle ghiottonerie tirolesi e decide di regalare un pezzo di formaggio al marito – non sa ancora dove lo nasconderà fino a Natale, la casa è tanto piccola, potrebbe metterlo nell’armadio, ma quando prova a immaginare la caciottina accanto alle scorte di assorbenti e calze la prospettiva le appare intollerabile – ed ecco di nuovo le monete di resto di poco fa che ritornano nelle mani del venditore. Quando finalmente fa per abbandonare il banco tirolese, la ragazza incrocia lo sguardo del mendicante e ha la certezza che lui ha seguito ogni sua mossa: come se fosse stata sorpresa a rubare, abbassa lo sguardo e prova a deviare dietro gli allestimenti dei venditori di cibarie. Un dedalo di cavi, transenne, teli ripiegati: voleva essere un modo disinvolto di scomparire ma si risolve in un goffo ritorno alla piazzetta. La ragazza esce di scena immettendosi sul corso principale sotto gli occhi di tutti. Il mendicante la guarda svoltare l’angolo verso il porticato: pensa alla moneta da due euro che le ha visto scivolare dal portamonete e poi rotolare sotto il banco tirolese, ma i piedi sono così freddi da far male, non sa se ce la farà a resistere fino alle sette, l’ora in cui gli ambulanti sbaraccano. Mai più scarpe dorate in futuro, decide: parevano un sogno ma sono solo una fregatura.

mercoledì 21 dicembre 2011

E luce fu

Stanotte ho sognato che dovevo cambiare una lampadina ma non sapevo come fare, non mi ricordavo più. Ho acceso il fornello per procurarmi un po’ di fuoco, perché mi sembrava abbastanza logico che la cavità filettata destinata a ricevere la lampadina dovesse essere in qualche modo incendiata (altrimenti da dove sarebbe arrivata l’energia necessaria?). Il problema però era trasferire il fuoco dal fornello al lampadario: ho provato a incendiare un pezzo di carta da cucina ma mi si spegneva in continuazione. Meno male che a un certo punto è arrivato mio fratello (quello che non c’è più) con indosso il maglione ginnasiale beige a greche marroni. Senza dire una parola mi ha tolto di mano la lampadina – di quelle affilate e tornite che forse non fanno più -, l’ha avvitata e subito c’è stata luce. Tutto così semplice, molto più di quanto pensassi.

domenica 11 dicembre 2011

Il lusso della carta

Non ho molte strenne da confezionare, quest'anno:  probabilmente il mio archivio di carte da regalo e nastri correlati offre già materiale sufficiente; tuttavia non sono riucita a trattenermi dal comprare nuove carte e nastri adeguati. È un lusso che amo concedermi, nonostante tutto: è insieme il mio autoregalo di Natale e una sorta di rituale scaramantico. Sono in particolare i doni per le persone più care a meritare la confezione più preziosa, l'involucro più nuovo e ricercato. Non è raro che il contenuto del pacchetto valga meno del pacchetto stesso.
Devo dire però che, da qualche anno a questa parte, la ricerca delle carte da regalo si fa sempre meno gratificante. Sono poche le cartolerie che investono in questo settore; il margine di scelta è ampiamente ridotto, la fantasia scarseggia e si punta sulla praticità. Per quanto mi riguarda, non credo che mi rassegnerò mai ai rotoloni di carta gracile, stampata a motivi grossolani, destinata ad essere trattenuta da stringhette zigrinate. Carta da pacco e spago, piuttosto, e senza ironia.

sabato 3 dicembre 2011

Non so (post un po' ermetico, ma poi neanche tanto)

Mi sembra che abbia perso senso un po' tutto quello che sto facendo. Mi vengono in mente mille cose da scrivere  - ed è vergognoso che io non abbia detto nulla di quello che l'incredibile Pietro De Maria ha suonato domenica scorsa a Varese -  ma poi mi trovo sempre qualcosa di più urgente da fare. Non capisco se sia una forma sofisticata di autolesionismo o solo colpevole ignavia. O piuttosto il caos mentale/esistenziale in cui non so più distinguere il bandolo né la matassa. Una sorta di Messie Syndrome applicata ai pensieri. Brutta storia. A quanti sono affetti dalla mania dell'accumulo si consiglia di cominciare a fare ordine a partire da uno spazio ridottissimo; in casi estremi, però, il semplice tentativo di  riorganizzare un cassetto può sfociare in un fallimento: il caos circostante infatti genera ansia, deconcentra e scoraggia chi vorrebbe tornare sulla retta via. Secondo gli inflessibili canoni di ogni dipendenza, il meccanismo malato della ripetizione si riaffaccia rassicurante, allettante: un attimo di distrazione e la retta via è già smarrita. Meglio tornare al disordine nebuloso che ottenebra, al caos che intralcia, ostruisce le strade, scoraggia le scelte. Che altro era, del resto, la soffitta di Fuchsia se non un confortante regno del caos, una fiera barricata contro il mondo?

mercoledì 23 novembre 2011

Hard times


Sono stata a Dublino molte volte dal 1994 ad oggi e mai mi era capitato di vedere così tanta gente dormire per strada o in macchina, mai visti tanti mendicanti. Cartoni, fagotti di stracci e scene di ordinario alcolismo che credevamo archiviate per sempre. La città non è più un cantiere: spenti i fragori dei martelli pneumatici, smantellate impalcature e selve di gru.
Le donne dublinesi hanno rinunciato al loro inconfondibile stile - una gradevole fusione di originalità e tradizione – per adeguarsi ai parametri globalizzanti di praticità e accessibilità. I fantasiosi cappottini di Desigual, acquistati sull’onda di un’antica spensieratezza, vengono indossati senza entusiasmo né cura e stridono con l’aria dimessa di chi li porta.
Sono ben pochi i negozi di Grafton Street che non offrono clamorose riduzioni di prezzo sulla merce esposta. Nei centri commerciali si va a mangiare un panino o bere un caffè. Nessuno percorre più le vie del centro reggendo grappoli di acquisti.
I mutui - contratti negli anni del boom per l'acquisto di case il cui valore si è più che dimezzato nel giro di pochi anni - ora pesano come macigni.
Il delirio collettivo è sfumato, la carica propulsiva si è esaurita. La città ha ritrovato quella sua antica anima malinconica che le nuove generazioni non hanno mai conosciuto.

martedì 22 novembre 2011

Dublino e i taxi

Se siete a Dublino e pensate di infilarvi in un taxi e farvi i fatti vostri lungo il tragitto, avete sbagliato città: preparatevi piuttosto a dar conto del vostro paese d’origine – del quale il tassista dimostrerà comunque di avere qualche nozione, foss’anche solo il nome di un calciatore in pensione da una vita -, delle ragioni per cui siete in città, se ci siete mai stati prima e se sì quante volte e dove avete alloggiato e se avete avuto modo di vedere il nuovo stadio. Fidatevi: non è curiosità. Ai tassisti di Dublino – sempre pazientemente tolleranti nei confronti del vostro inglese privo delle oscure inflessioni locali – sta a cuore che voi prendiate la città per il verso giusto. Perciò fidatevi, fornite pure le informazioni richieste: ne riceverete in cambio una valanga di notizie, aneddoti, pettegolezzi dublinesi, sunti di macroeconomia e analisi aggiornate dell’andamento del mercato immobiliare.
Io, per esempio, ieri mattina, attraversando in taxi la città ancora buia e sonnacchiosa, ho scoperto dove abita il proprietario dell’hotel in cui ho alloggiato, ho ammirato il pub nel quale Bertie Ahern era solito festeggiare i successi della sua squadra del cuore, ho appreso che l’attuale primo ministro si reca presso gli edifici governativi a piedi scortato da un’unica guardia del corpo - “Ah ah ah Berlusconi ne avrà avute cento di guardie del corpo… Lo sa tutta l’irlanda che Berlusconi è pazzo! Ah ah ah!” – e ho imparato che una bella fetta di responsabilità nel crollo del mercato immobiliare ce l’hanno i cinquantamila polacchi che hanno abbandonato l’Irlanda per andare a costruire il villaggio olimpico londinese lasciando dietro sé una moltitudine di appartamenti sfitti.
Fidatevi, un giro in taxi a Dublino è un’esperienza unica: è insieme una lezione di storia, economia, sociologia e un numero di cabaret. E quando, a fine corsa, il tassista di turno vi consegna al vostro destino ripetendovi più volte “Take care”, fidatevi: potete essere certi che ve lo dice in tutta sincerità.

sabato 12 novembre 2011

Essere sul pezzo

Oggi su Radio Padania, nel corso del programma di attualità politica in onda il sabato dalle 12.00 alle 13.00 - che di norma ospita un esponente leghista e le telefonate in diretta degli ascoltatori - si è parlato ancora di Ufo. Hanno trasmesso l'intervista a un metronotte genovese che ebbe alcuni incontri ravvicinati con gli extraterrestri negli anni '70.

mercoledì 2 novembre 2011

Alla fiera del disco di Varese

Cosa possiamo dire di questa ventiquattresima edizione, la prima ad ingresso libero? Tanto per cominciare che non è stata deprimente: gente in giro ce n'era e non si è trattato esclusivamente dei soliti noti; una parvenza di ricambio generazionale fra gli appassionati del settore sembra anche esserci. Il che confermerebbe la mia teoria secondo cui il supporto più in crisi - e verosimilmente destinato ad una fine miseranda - in questi tempi ipertecnologici è il cd, non certo il vinile. Che la crisi economica abbia inibito molti acquirenti è un dato di fatto incontestabile: ho raccolto testimonianze dirette di amici e conoscenti, piccoli imprenditori, gente ex-benestante costretta a convivere con l'insonnia, la pressione alta, l'incubo licenziamento, la disfatta aziendale, il senso di un fallimento personale dagli effetti potenzialmente devastanti. Qualcuno, pur sapendo di non poter spendere un centesimo, si è ostinato comunque a farsi il giro in fiera spinto dal desiderio di rivedere gli amici, nella speranza di assestare, grazie al contatto rassicurante con il passato, la propria identità messa sotto assedio da troppe incertezze.
La manifestazione si è svolta comunque in un clima rilassato, divertito e divertente. Mi sono persino imbattuta in un mito della mia infanzia, il buon Claudio Bernieri - oddìo ma esiste davvero! - autore del mai dimenticato Non sparate sul cantautore, fondamentale reperto degli anni '70 del secolo scorso, ora ripubblicato in un'edizione dignitosa: la vecchia stampa - Arcana credo - con le pagine incollate sembrava fatta apposta per essere smembrata, e ricomporre il volume dopo ogni consultazione era un'impresa snervante.
Curiosamente ho notato molti ragazzi in cerca di dischi di Bob Marley o di musica reggae in generale. Inoltre la De Andrè-mania sembra essere definitivamente sbollita: copie de La buona novella o Storia di un impiegato, fino a qualche anno fa praticamente introvabili, erano esibite da numerosi espositori. Resta poi l'indecifrabile mistero della copia di Anime salve a 700 euro. Va bene l'edizione limitata, ma non sarà un tantino anche sopravvalutata?

giovedì 27 ottobre 2011

Coeso e sostenibile

Fino a qualche settimana fa l'aggettivo preferito di Berlusconi era coeso: l'ha ripetuto così tante volte, in così tante occasioni e così a sproposito, che l'aggettivo è automaticamente decaduto dal mio vocabolario. Ora, visto che la tanto decantata coesione ha prodotto risultati in grado solo di scatenare l'ilarità generale, Berlusconi ha pensato bene di aggrapparsi ad un altro concetto tanto in voga quanto vago: la sostenibilità. Improvvisamente tutto quanto diventa sostenibile. Fare le riforme strutturali contando su una maggioranza non coesa? Perfettamente sostenibile. Dare un impulso alla crescita producendo un maggior numero di cassintegrati e disoccupati? Logicamente sostenibile. Far lavorare fino a 70 anni chi già a 50 è considerato un rottame? Ancor più sostenibile.
Una volta che l'aggettivo sostenibile avrà esaurito il suo potenziale propagandistico nel consueto nulla di fatto, l'insostenibile inettitudine del premier dovrà cercare appigli in un nuovo aggettivo d'assalto che, ripetuto fino alla nausea, verrà automaticamente dismesso dal mio lessico. Governo ladro: non hanno solo messo le mani nelle mie tasche, stanno pure impoverendo il mio vocabolario.

mercoledì 26 ottobre 2011

Music of our time

"L'ottimismo di Bernstein era quello di un estroverso, ma negli ultimi decenni della sua vita questo tratto positivo della sua personalità convisse con la visione più cupa e profetica di un Geremia che contempla un'America ormai fuori strada se non, a volte, impazzita. [...] Il suo predecessore Mahler aveva portato la musica fino al limite dell'incanto struggente e Bernstein aveva trovato nella musica di Mahler il lungo discorso sulla catastrofe e il terrore che aveva oppresso la civiltà europea nella prima metà del ventesimo secolo e che pareva proseguire in eterno. Mahler parlò a nome della propria generazione della perdita di fiducia nei valori illuminati e progressisti. E così, nel dirigere Mahler, forse ancor più di qualsiasi altro compositore, Leonard Bernstein fu capace di comunicare all'orchestra e al pubblico la propria visione tragica."

martedì 18 ottobre 2011

Il primo regalo di Rebecca


Oggi Rebecca ha catturato la sua prima preda, un passerotto, forse - ma non ne sono sicura, il becco lungo e leggermente adunco non mi fanno pensare a un passero -, in ogni caso un volatile di dimensioni ragguardevoli: una vera conquista per una gattina sprovveduta e inesperta come lei. Ovviamente mi dispiace per la povera creatura che ci ha letteralmente lasciato le penne. D'altro canto, non posso non essere consapevole e orgogliosa del fatto che Rebecca, deponendo la sua preziosa preda praticamente intatta presso la porta d'ingresso, ci ha fatto un regalo importante. È il suo modo di dirci che ci ha finalmente adottati, ci approva; le andiamo bene, insomma. Evidentemente ci ha perdonati per le gocce gelatinose che siamo costretti a farle scivolare dentro le orecchie, per le medicine non troppo appetitose che mescoliamo ai suoi cibi: forse ha capito che ci stiamo semplicemente prendendo cura di lei. Per una creatura che in un anno e mezzo di vita ha sperimentato solo abbandoni e affidi temporanei in comunità, ogni cosa è nuova, ogni cosa è sospetta: soprattutto cure e attenzioni, queste grandi sconosciute.
Mentre io e il bluesman ci affannavamo a ripulire il balcone e a dare degna sepoltura alla vittima, Rebecca, nascosta in mezzo al prezzemolo, ci scrutava con attenzione  registrando ogni particolare, elaborando le nostre reazioni. Credo che per lei questo episodio rappresenti un grande passo avanti: ho l'impressione che si senta un po' più sicura, un po' più degna delle attenzioni che riceve. Un giorno o l'altro, forse, deporrà quella sua timidezza nevrotica che si trasforma in scontrosità ed alterigia. Ogni tanto, quando cerco di accarezzarla e lei sguscia via al sicuro oltre il cancello le faccio le linguacce: lei mi guarda, aspetta che io sia rientrata in casa, poi torna ad accucciarsi sullo zerbino, e se ne sta lì, guardinga, insensibile alle lusinghe, a elaborare una logorante lotta segreta fra desiderio di coccole e terrore di un ennesimo rifiuto.

sabato 15 ottobre 2011

Global Handwashing Day



Dedicato a tutti quelli che mi prendono in giro perché non esco mai di casa senza fazzolettini disinfettanti. Evidentemente, nel nostro meraviglioso mondo ipertecnologico è purtroppo ancora necessario ribadire che lavarsi le mani con acqua e sapone è un dovere.
Se le stesse analisi batteriologiche fossero state effettuate su cellulari italiani, credo che i risultati non sarebbero stati molto diversi.
C'è poi da capire come sia possibile che in alcuni reparti ospedalieri in Lombardia le toilettes siano completamente sprovviste di sapone. Lo stesso dicasi per alcuni luoghi deputati allo svolgimento di attività sportive, occasionalmente utilizzati anche per concerti.  D'ora in avanti sarà severamente vietato burlarsi di me quando indosserò un guanto usa e getta prima di toccare la maniglia di una toilette pubblica.

sabato 8 ottobre 2011

Five Pieces - Duo Gazzana (ECM)

Un debutto discografico di altissimo livello quello del duo composto dalle sorelle Natascia e Raffaella Gazzana (rispettivamente violino e pianoforte): dopo anni di intensa attività concertistica in tutto il mondo le due strumentiste approdano direttamente alla ECM di Manfred Eicher con un lavoro estremamente raffinato che rientra a pieno titolo nell'estetica della mitica etichetta tedesca. Un cd dalle sonorità limpidissime, un repertorio inusuale, rigoroso; e tuttavia un cd intriso di un'atmosfera squisitamente autunnale. Non è un caso forse se a dare il titolo a questo debutto è un breve lavoro cameristico di Valentin Silvestrov, compositore ucraino vivente, largamente rappresentato nel catalogo ECM.

Da sempre assidue frequentatrici del repertorio cameristico novecentesco, Natascia e Raffaella Gazzana affrontano con sensibilità e affiatamento autori e linguaggi sonori assai diversi fra loro. Nonostante l'apparente limitazione espressiva imposta da un organico ridotto, varietà melodica e dinamica sono assicurate.
Ad aprire la sequenza dei brani è una pregevolissima opera giovanile di Toru Takemitsu: il pianismo liquido e la sequenza di accordi giustapposti rimandano direttamente a Debussy e Messiaen, e suggeriscono al contempo un affascinante corto circuito culturale, considerata l'attrazione dei due grandi compositori francesi nei confronti della dimensione contemplativa propria della musica orientale. Il passaggio alla Sonata che Paul Hindemith compose nel 1935 è quasi impercettibile, ma bastano poche battute e subito si svela il complesso impianto armonico  dell'opera. Dall'aspro razionalismo di Hindemith all'alta tensione emotiva che caratterizza la Sonata di Leoš Janáček: un eccesso d'impeto avrebbe incrinato il sofferto intimismo dell'opera, ma l'interpretazione delle sorelle Gazzana affronta il susseguirsi febbrile di moti autoconsolatori, subito incalzati da gesti sferzanti, senza mai cedere a sbavature o sentimentalismi. È precisamente questa lucidità sempre vigile, l'assoluta coerenza all'intento dell'autore a costituire la cifra interpretativa del Duo Gazzana. Un approccio che ci restituisce delle letture vibranti e, nel caso specifico, rende irresistibili i five pieces di Valentin Silvestrov. Cinque pezzi ipnotici, pervasi a tratti da una malinconia schubertiana, che si sono rapidamente trasformati nella mia personale colonna sonora di questi primi giorni d'autunno.

lunedì 3 ottobre 2011

A Dangerous Method

Mai fidarsi delle recensioni. Mi aspettavo un film disturbante e complesso, un reticolo di sottintesi, un intrico di indizi preziosi; ero pronta a catartiche rivelazioni sugli infimi abissi della psiche. Nulla di tutto ciò.
I duelli verbali raramente sfociano in affondi significativi. Keira Knightley è troppo concentrata a recitare da isterica per approfondire e appassionarsi alla personalità complessa di Sabine.
Michael Fassbender, che pure in altre circostanze ha dato prova di essere un attore straordinario, qui interpreta un dottor Jung eccessivamente ingessato e meditabondo che non smette i panni dello scienziato riflessivo neanche nelle scene di sesso sadomaso con Sabine. La quale, a sua volta, non smette mai, neanche quando è china sui libri nel suo appartamento, quelle sue impeccabili (da me invidiatissime) camicette di cotone operato guarnite di pizzi. L’autocompiacimento attoriale ai massimi livelli finisce per stendere su una storia così ruvida una fastidiosa patina levigante.
Per fortuna a sfregiare questa lacca manierista, ci sono Viggo Mortensen - che dà vita a un dottor Freud contraddittorio e molto credibile – e Vincent Cassel, assolutamente a suo agio nel ruolo dello psichiatra psicopatico Otto Gross.
L’inquadratura finale, poi, - il film si chiude sullo sguardo imbambolato di Jung – sfiora il ridicolo.
Infine ho trovato particolarmente fastidiosa e riduttiva la tendenza serpeggiante nella sceneggiatura ad evidenziare i lati meschini della personalità di Freud, esaltando, per contro le virtù morali e relative derive misticheggianti del discepolo/avversario Jung.

giovedì 22 settembre 2011

La nausea

Mi ha fatta stare fisicamente male la foto di Berlusconi che accarezza la testa di Bossi. Con rispetto parlando, mi è parsa lì per lì una scena da ospizio. Dove avrebbe avuto un senso se si fosse trattato di una carezza filiale. Ma si tratta di un vecchio che blandisce un vecchio. C'è qualcosa di sconveniente, irrazionale e disturbante in questo gesto. L'untuoso paternalismo dell'uno, la penosa sottomissione dell'altro. Che schifo.

mercoledì 21 settembre 2011

Fine dei R.E.M.

La notizia è di oggi e francamente non mi straccio le vesti. I R.E.M. (sorry, non mi riesce di scrivere gli R.E.M.) non mi sono mai dispiaciuti, ma ultimamente trovavo veramente penoso sentire Michael Stipe rifare il verso a se stesso. Anche questa storia è finita.

mercoledì 14 settembre 2011

Se il responsabile di selezione scrive così


Buon giorno Sig.ra Exit Strategy,

come da accordi la presente al fine di confermarLe il colloquio conoscitivo presso la Nostra filiale. 
Come da accordi di seguito i Miei riferimenti
Le auguro un abuon giornata.

XYZ
Responsabile di selezione

domenica 11 settembre 2011

Impressioni di settembre

È riesplosa in tutta la sua veemenza, la sindrome settembrina. E io che - ingenuamente - avevo sperato di farla franca, quest'anno. Fino a ieri, infatti, i sintomi non si erano manifestati. Sarà stato per via del clima ancora vigorosamente estivo, sarà stato per via di Rebecca, che con le sue fughe, scomparse e ricomparse, non mi lascia molto tempo per pensare; sta di fatto che, in segreto, mi ero illusa di poter aggirare la consueta crisi d'inizio autunno così come mi ero scrollata di dosso tutte le clownesche giravolte governative e relativi conseguenti disastri. Invece l'attacco è arrivato improvviso ieri mattina. Spero che nessuno dei vicini mi abbia vista mentre, le membra mordicchiate dal primo freddo, mi arrestavo a contemplare imbambolata il prato fumante di nebbia. Ah, di certo sapeva bene di cosa stava parlando il buon Mauro Pagani - lui che era nato nella straziante campagna bresciana - quando, quarant'anni fa, insieme a Mogol - altro padano - scrisse il testo di Impressioni di settembre.
La città, poi, non mi è stata d'aiuto. Quando non piove per alcuni giorni, le strade di Varese diventano impraticabili: ci sono escrementi di cane (solo di cane?) un po' ovunque. Un senso di inutilità e desolazione, finto benessere e catastrofe imminente. Sono ritornata il più velocemente possibile e senza rimpianti ai miei boschi dove però ho scoperto nugoli di auto parcheggiate: dimenticavo che questo insopportabile mese, con le sue brume venefiche e le sue fronde agonizzanti, accoglie anche la lucida crudeltà dei cacciatori.
La notte poi è stata un susseguirsi di incubi, dolori e sudori. Stamane, benché ancora incastrata nel sogno dove giacevo in un letto londinese, distinguevo nettamente i movimenti del bluesman in cucina e tentavo disperatamente di dirgli che io sarei andata a fare colazione da Nero giù all'angolo, doppio espresso e blueberry muffin. Poi il vociare dei vicini mi ha strappata via dalle scale londinesi che si svolgevano in un'infinita spirale sotto di me. La vacanza è finita.

mercoledì 31 agosto 2011

Rebecca



Rebecca, tesoro, non penserai davvero di startene tutta la sera e tutta la notte lì sotto, spero. Ti appiattisci così tanto sul pavimento che finisci per sembrare il gatto più lungo del mondo. Invece direi che sei solo il gatto più spaventato. Troppe novità in troppo poco tempo, vero? D'accordo, ma stammi a sentire: qui nessuno ha intenzione di abbandonarti; il peggio che ti può capitare, qui, è di dover sopportare gli strimpellamenti ininterrotti del bluesman o qualcuno dei miei lagnosissimi cd di musica barocca. Allora, ti decidi ad uscire da là sotto o no?

sabato 27 agosto 2011

Strano

Basta che un sindacato - che so, metti caso la Cgil - indica uno sciopero generale della gente che lavora, e tutti a storcere il naso, tutti in coro a dire che come si fa, che non è cosa, non usa più, è roba stantia da padroni e proletariato e, via, al giorno d'oggi mica esistono più i padroni e figurarsi se esistono gli operai, oggi bisogna tutti collaborare al benessere della classe dirigente sennò come usciamo dalla crisi?
Poi scioperano i calciatori e tutti lì a scervellarsi, analizzare e filosofare sul perché e sul percome. Non so, non capisco.

martedì 23 agosto 2011

London 2011 quick summary

Riots
Siamo arrivati quando i riots in città si stavano placando. Mai vista tanta polizia: a piedi, a cavallo, in bicicletta, coi cani, in motoscafo a sirene spiegate sul Tamigi. Non mi sono mai sentita così sicura.
Intanto la gente ha ricominciato a leggere i giornali in metropolitana; pagine e pagine su case distrutte e negozi in fiamme, accenti strappalacrime ma anche raccolte di fondi e tanta concreta solidarietà.

Scarpe
Ormai è flip flops-mania, ahimè. Resta inclassificabile l'infradito maschile con calzino corto avvistato in un locale chic di Maida Vale all'ora dell'aperitivo. Le zeppe e il tacco 12 resistono in tutte le varianti, possibili e non. Per il resto, le ballerine, soprattutto quelle bicolori crema e nero, pare siano considerate il massimo dell'eleganza.

Musei
Il Natural History Museum di South Kensington è una delusione assoluta. Una specie di parco divertimenti leggermente evoluto. Oppure, se si preferisce, una concatenazione di ristoranti e dinosaur toy shops intervallati da bruttissime copie di animali. Noioso, deprimente e zeppo di marmocchi ingovernabili.
Molto interessante e ben organizzato invece il Museum of London: praticamente la storia di Londra dai fossili ai Doc Martens. Vale davvero la pena, soprattutto per il periodo preistorico e pre-romano.

Manoscritti
Il più commovente di tutti, quello di Jane Eyre, esposto alla British Library. "Readers - I married him." Parole vergate con una tale sicurezza, una tale pulizia su pagine immacolate che dicono tutto dell'autrice, della sua determinazione, di come il romanzo fosse tutto chiaramanete formulato nella sua testa prima di approdare sulla carta. Non sono così sicura che un tempo scrivere fosse più faticoso. Sono convinta che la scarsità dei mezzi favorisse la concentrazione.

Spettacoli
Les Miserables al Queen's Theatre: ottimo spettacolo, non un attimo di cedimento nonostante la lunghezza e la complessità della trama. Regia mai banale, interpreti strepitosi. Conserverei un ottimo ricordo della serata non fosse per la coppia di idioti che stava seduta dietro di me: lei è riuscita a darmi un calcio sulla nuca, lui mi ha buttato addosso la giacca, ha chiacchierato, ha ruttato e infine mi ha rovesciato addosso un bicchiere di vino.
Piacevole il concerto di Allen Toussaint al Jazz Café di Camden: lui si è divertito un mondo a raccontare aneddoti su Frankie Miller (presente con la moglie nel backstage) e, assolutamente a sorpresa, sul palco si è presentato anche Josè Feliciano.

Tecnologia
Lo sappiamo, a Londra ormai hanno tutti l'i-phone (che viene utilizzato prevalentemente per giocare). Però quest'anno ho notato un ridimensionamento del rimbecillimento tecnologico: in metropolitana sono ricomparsi quotidiani e libri, soprattutto libri palesemente di seconda mano.

Kate e Diana
Il mito della Principessa del Galles resiste, soprattutto a Kensington. Kate Middleton è certamente molto amata ma le due personalità non sono in alcun modo sovrapponibili. Diciamo che Kate, concreta e solare com'è, ha colmato un vuoto e, indirettamente, attenuato il generale rammarico - mai sopito - per la sventurata sorte di Diana.

Mervyn Peake
Mi aspettavo molto di più dalla tanto decantata exhibition alla British Library. Alcuni dei lavori esposti li avevo già visti due anni fa alla Maison d'Ailleurs di Yverdon. Molto interessanti i manoscritti, sia di Peake sia della moglie. Davanti alla lettera di Dylan Thomas che chiede in prestito dei vestiti (particolare non trascurabile il fatto che Peake e Thomas fossero fisicamente diversissimi) mi sono sentita in dovere di trasgredire il divieto assoluto di fotografare.
In ogni caso non c'è dubbio che Peake fosse un vulcano di idee: progetti educativi, lavori per la televisione, disegni, schizzi e poesie all'infinito.
Un sentito ringraziamento allo staff della galleria Chris Beetles, in particolare al signore gentilissimo che, vedendomi titubante dinanzi all'invito a suonare il campanello - "Gesù, non mi faranno mai entrare in un posto così!" - mi ha semplicemente aperto la porta, mi ha guidata ai dipinti di Peake, mi ha ricordato la mostra alla British Library - "Già fatto, grazie!" -, ha custodito la mia borsa e mi ha illustrato la pregevole nuova edizione del quasi introvabile Letters from a lost uncle su cui, peraltro, avevo immediatamente messo gli occhi.

Italiani
"Ma che è, hanno aperto le gabbie? Proprio a Londra devono venire, dico io...A Ferragosto! Ma che andassero in un villaggio, dico io, no?"
Non si può dar torto alla ragazza dello staff di uno dei tanti caffè Costa sparsi per la città. Gli italiani a Londra, in generale, non sono bella gente. Ci sono quelli con la puzza sotto il naso, la giacca impermeabile, la sciarpa e le Tod's, che se ne vanno in giro con aria schifata e vorrebbero chiaramente essere in Sardegna ma vanno a Londra perché evidentemente è pur sempre una cosa che fa fine e che s'ha da fare. Poi ci sono quelli sciatti e caciaroni su cui c'è davvero poco da dire.
Una domenica sera in un pub scalcinato a Bermondsey un ragazzo in infradito e tuta da ginnastica bighellonava tra l'ingresso e il marciapiede; buttava via il tempo con le mani in tasca, solo e annoiato. Conquistati a fatica una Guinness e un succo d'arancia - la barista si era nascosta chissà dove, fortunatamente ci ha pensato un avventore a ripescarla - ci siamo seduti a chiacchierare sui divanetti consunti mentre il ragazzo, appollaiatosi su uno sgabello, parlava in italiano al telefono. È rimasto tutto il tempo aggrappato allo sgabello a rompersi le palle, consapevolissimo del fatto che eravamo italiani, forse sperando in un nostro invito. Nell'uscire, il bluesman, uomo buono e gentile, l'ha salutato. Io no.

lunedì 22 agosto 2011

Cimiteri di Londra - St John-at-Hampstead Old Churchyard

Il vecchio cimitero annesso alla bella chiesa settecentesca sorge praticamente al centro del villaggio. Chiuso ufficialmente nel 1878, è la dimora perfetta per varie specie di felci e pipistrelli. È un microcosmo sereno dove proliferano licheni, farfalle e fiori. Ospiti illustri, il pittore John Constable e lo scienziato John Harrison, inventore dello strumento che consente di calcolare la longitudine durante la navigazione in mare aperto.

domenica 21 agosto 2011

Cimiteri di Londra - Kensal Green

Arriviamo a Kensal Green di domenica, il primo pomeriggio. Nel cortiletto del pub vicino alla stazione della metropolitana è in corso una grigliata che andrà avanti fino a sera; all'interno del locale alcuni avventori guardano la partita di calcio in tv. Raggiungere il cimitero è facile, basta seguire le indicazioni per il crematorio. Lungo il percorso costeggiamo una serie di abitazioni modeste e ordinate; due ragazzine di colore, scese a gettare la spazzatura nei cassonetti, si mettono a schiamazzare all'improvviso e lanciano qualcosa contro il rapido passaggio di un topo.
All'esterno del cimitero sono in vendita croci di medie dimensioni fatte con fiori rossi (probabilmente garofani). L'ingresso al camposanto è tripartito: c'è il cimitero cattolico, quello ortodosso, e un'area molto più vasta, senza definizione, verso la quale ci dirigiamo. Notiamo subito una sepoltura recente, interamente ricoperta di fiori freschi, sovrastata dalla foto di un ragazzino di colore. Una giovane donna, lo sguardo nascosto dagli occhiali da sole, si mette a sedere a gambe incrociate dinanzi alla tomba e si accende una sigaretta. L'uomo resta in piedi, di lato: aspetterà in silenzio tutto il tempo necessario.
Il cimitero è in buona parte percorribile in auto. Fatta eccezione per due donne bianche che ci salutano cordialmente, incontriamo solo persone di origine afro-caraibica. Molte tombe sono tenute con grande cura, alcune sono decorate in modo originale, più d'una si distingue per la bandiera giamaicana. Qua e là sorgono poi deboli strutture in legno decorate da ninnoli e nastri che delimitano aree di sepoltura per i più piccoli.
Consacrato nel 1833, idealmente su modello del Père Lachaise parigino, il cimitero di Kensal Green vanta una parte storica e monumentale degna del più celebrato cimitero di Highgate. Le lapidi più antiche versano tuttavia in stato di profondo degrado; la gran parte risulta addirittura indecifrabile. Individuare le tombe di Leigh Hunt, Thackeray e Trollope è impresa impossibile.

Negato anche l'accesso alle catacombe, situate sotto l'Anglican Chapel, uno dei monumenti più drammaticamente impressionanti che io abbia mai visto. Continuo a scattare foto nel tentativo di portarmi via ogni dettaglio ma è impossibile tradurre l'atmosfera che regna in questo luogo. Una sensazone irrimediabile di gravità e abbandono. Poi l'umiltà e la speranza. Sassolini colorati, dipinti, girandoline multicolori, farfalle. Il tentativo commovente di prolungare il contatto o di stabilire un contatto fra mondi. L'invariabilità della specie umana, nonostante tutto.
Una vecchia auto ci sfiora mentre ci avviamo verso l'uscita: la guida un signore anziano, piccolo e magro, la barba bianca, cravatta e cappello. Accanto a lui la moglie corpulenta, immobile in un turbante afro. Per un istante precipito in un angolo di New Orleans.
All'uscita, la custode del cimitero cattolico ci congeda con un cenno del capo. Al pub il clima conviviale si va stemperando nella malinconia del tardo pomeriggio. Riprendiamo la metropolitana accompagnati da un concerto di Vivaldi: un'iniziativa delle autorità locali che, attraverso la diffusione della musica classica, mirano a ridurre il tasso di criminalità nella zona. Scendiamo la scalinata rossa, raggiungiamo la piattaforma e, soli, attendiamo il treno del ritorno sotto un gigantesco melo selvatico carico di frutti.

sabato 20 agosto 2011

La tovaglia di Kate

In questo momento sventola dallo stendino come un vessillo regale che veleggi in un mare d'erba.
"Dovresti assicurarla, mica che te la rubano..." ha commentato rozzamente il bluesman dalla finestra della cucina (utilizzando invero un altro verbo - irripetibile - al posto di rubare). Ma si sa, il bluesman, in quanto tale, non si intende di cose regali e perciò non riesce ad apprezzare il delicato equilibrio cromatico - un bianco e un azzurro celestiali -, la grazia con cui si intrecciano le iniziali degli sposi (mi raccomando, sempre la C prima della W). Mi è toccato andare fino al Tower Bridge, per trovarla. E mi è toccato inventare di tutto - dalla mostra su Mervyn Peake, al teatro, ai cimiteri - per giustificare un viaggio a Londra che in realtà aveva un unico scopo: la tovaglia di Kate.

P.S. del 21/08: A grande richiesta, aggiungo foto. Purtroppo l'immagine restituisce un volgarissimo azzurro ristorante che nulla ha a che vedere con il delicato celeste dell'originale, esaltato dalle decorazioni auree.

mercoledì 10 agosto 2011

Tamara Drewe

L'ultimo film di Stephen Frears è una commedia molto divertente (per chi ama il cinico humour britannico), un'intreccio di equivoci che funziona alla perfezione. Cast indovinatissimo. Vivamente consigliato agli scrittori o aspiranti tali (soprattutto a quelli che si prendono tremendamente sul serio).

domenica 7 agosto 2011

Fantaestate

Un attacco di pigrizia, unito alla classica inquietudine della meteoropatica (trovo insopportabilmente ansiogena questa pioggia in affanno, che si ostina a sgocciolare in dosi omeopatiche), hanno azzerato tutte le considerazioni che mi si erano affollate in testa, ieri sera, dopo aver visto in sequenza Source code e Forbidden planet.
Quanto al film di Duncan Jones sono abbastanza in sintonia con la recensione di fassbinder. Mi limiterò ad aggiungere che i recenti fatti di Norvegia e le ultimissime notizie dall'Afghanistan danno al film uno spessore meno fantascientifico. In ogni caso fa tenerezza la determinazione con cui Duncan Jones cerca sempre una via di fuga per i suoi protagonisti: evidentemente le sceneggiature apocalittiche non gli sono affini. Nel caso di Source Code trovo molto suggestiva l'idea della metarealtà onirico-fantastica come alternativa al Potere - occulto e invasivo - che sfrutta l'individuo per i propri scopi. Comunque mi sono commossa parecchio (ma al cinema ho sempre la lacrima facile).
Di Forbidden Planet, io, mai stata amante dei film di fantascienza, mi sento di dire che è imperdibile. Memorabili la colonna sonora (musica elettronica ante litteram), gli abitini sexy-spaziali di Alta e il meraviglioso Robby the Robot. A proposito del quale si potrebbe anche dire che rimanda direttamente al Gerty di Moon, film d'esordio di Duncan Jones. Anche gli interni delle navicelle dei due film mi sono sembrate avere molti elementi in comune. Ma chissà, forse le navicelle spaziali si somigliano un po' tutte.

domenica 31 luglio 2011

Settimana di passione

Auto dal meccanico (ebbene sì, di nuovo). Pareti domestiche da tinteggiare. Praticamente reclusa fra pennelli e stracci.
Spero di riemergere decentemente per il fine settimana: sabato a Varese danno il nuovo il nuovo film di Duncan Jones e poi domenica da qualche parte in Svizzera suona Ralph Towner.
Ne approfitto per sottolineare che la programmazione agostana di Esterno Notte quest'anno mi pare degna degli antichi splendori.

domenica 24 luglio 2011

Obituary

Non sono mai stata una fan di Amy Winehouse. Non ho mai pensato che avesse un grande talento. Aveva una voce interessante, questo sì; una voce con cui avrebbe potuto fare grandi cose. Ma una bella voce non serve a niente se non hai davvero l'urgenza di dire qualcosa. Non ho mai avuto la sensazione che il palcoscenico fosse il mestiere e il destino di Amy Winehouse.
Provo molta pena per la sua scomparsa. Una di quelle notizie cui si crede a stento.
Amy era l'espressione più autentica dell'Inghilterra odierna, un paese che, non essendo più in grado di produrre modelli culturali, si limita a indulgere in fascinazioni estetiche fini a se stesse. Espressione e vittima di una società eticamente impoverita e incapace di rigenerarsi, se solo ne avesse avuto la forza, Amy avrebbe probabilmente scelto per sè un'esistenza meno stravagante. L'autodistruzione deve esserle sembrata l'unica strategia possibile per sfuggire a chi, incurante della sua profonda sofferenza psichica, cercava insistentemente di cucirle addosso un ruolo che lei non avrebbe mai potuto sostenere.
Naturalmente ora Amy Winehouse diventerà un'icona, una stella e chissà che altro. Il che stende un ulteriore velo di tristezza sulla morte di una donna malata e sola, che probabilmente avrebbe rinunciato volentieri al ruolo di reginetta del r'n'b in cambio di un po' di sana normalità.

mercoledì 20 luglio 2011

Bassa umanità


Mi par di capire che, qui in Italia, della carestia che sta colpendo il Corno d'Africa non frega niente a nessuno.
Mi sono fatta di proposito un giro sui siti di tutti i maggiori quotidiani nazionali, da destra a sinistra: solo Avvenire e Il fatto quotidiano danno il giusto rilievo alla tragedia. Stiamo parlando del fatto che 12 milioni di persone rischiano la morte per fame a causa della peggiore siccità degli ultimi 60 anni. Perché sono così invisibili questi 12 milioni di persone?

sabato 16 luglio 2011

In compenso

Da quando non c'è più Matilde la casa pare vuota e ci sembra di non aver più nulla da fare. Eravamo abituati a sventare furti di mozzarelle, a prevenire indebite sottrazioni di sgombri e piselli: Matilde era una ladra di prim'ordine, un adorabile gatto di strada cui era stato impossibile insegnare le buone maniere. Con lei in casa, bisognava sempre stare in allerta poiché aveva una rara abilità nel distrarci: una frazione di secondo le era sufficiente per infilarsi nell'asciugabiancheria e accoccolarsi comoda comoda sui panni soffici e profumati, ancora tiepidi d'asciugatura. Farla uscire dalla porta significava vederla rientrare un istante dopo dalla finestra e farle passare la notte in casa era semplicemente impossibile: bisognava sempre cedere ai suoi piagnistei, alzarsi nel cuore della notte e permetterle di uscire, dato che neanche il gelo fermava i suoi vagabodaggi al buio.
Nessuno più incide la porta d'ingresso con gli artigli, nessuno va più a rotolarsi dentro l'orto appena vangato, niente più zampacce terrose e foglioline d'azalea sul divano. Insomma, non ho più nessuno contro cui inveire, sembra tutto così onesto e civile.
In compenso stanotte è ritornato Vincenzino il pipistrello. Per la prima volta nella mia vita sono stata felice di vedere il balcone lordato dai piccoli escrementi neri piovuti dall'alto della trave. Grazie di essere ritornato, Vincenzino: resta un poco con noi, almeno tu.

giovedì 14 luglio 2011

Piccola anima randagia e coccolona

È rimasta una ciotola piena d’acqua, nel prato, accanto al cespuglio dove andava a rifugiarsi ultimamente Matilde. E in casa c’è uno strano silenzio. Da settimane, ormai, nessuno si presenta più puntuale all’ora di pranzo a reclamare la pappa, niente più richieste ostinate e miagolii estenuanti. Oltre la porta a vetri del capanno degli attrezzi, nella verde quiete del giardino, Matilde riposa adagiata nel suo trasportino, come in un piccolo mausoleo vittoriano.
Oggi pomeriggio raggiungerà Smilla – la gattina nera che l’ha preceduta – nella pace profonda del bosco.
Riposa bene, piccola anima randagia e coccolona.

mercoledì 13 luglio 2011

domenica 10 luglio 2011

sabato 9 luglio 2011

Mervyn Peake Centenary


"Thus it was that throughout his life Mervyn Peake walked a razor's edge as sharp as one of the lines he drew in Indian ink: on one side lay his own fragility and on the other the fierce heat of his creative powers. Whether in writing or drawing, his pen defined the border between beauty and deformity, the familiar and the strange, and expressed a balancing act between repulsion and attraction for the human race."

(Patrick J. Gyger, Lines of Flight)

mercoledì 6 luglio 2011

Mi dovete scusare se mi scappa da ridere

Meno male che è arrivato lui, il prof. Mancinelli, assessore alla cultura del comune di Fano, a elettrizzare un po' questa mia povera estate pallida e dolente.
Ha avuto un guizzo di genio, l'assessore in questione: farmi passare per ex tossicodipendente deve essergli sembrato il pretesto migliore per non autorizzare la terza edizione di una manifestazione che evidentemente non gli è mai andata a genio. Qui e qui i cardini della polemica, per chi avesse voglia di approfondire.
Ora, per citare Luigi Tenco, mi dovete scusare se mi scappa da ridere: in parte perché, con le sue dichiarazioni deliranti, il professore sta facendo un bel po' di pubblicità gratuita al mio romanzo; in parte perché un'affermazione così stupida - "non esiste informazione più pericolosa di quella data da ex drogati proprio perché dimostrano con la loro presenza la possibilità di vincere la droga e quindi di poterla sperimentare" - è degna solo dell'Ispettore Clouseau.
Lo so, dovrei indignarmi, in nome di tutti quelli che la tossicodipendenza l'hanno sperimentata davvero e si sono fatti un mazzo così per venirne fuori - e sono giustamente orgogliosi di averlo fatto - i quali non gradiscono affatto di sentirsi bollati a vita come individui pericolosi. Ma via, io non riesco a tenere in seria considerazione il giudizio di chi, invece di scusarsi per le assurdità dette, si limita sostenere di essere stato frainteso. Tanto più che, sulla base di una sommaria analisi filologica, mi permetto di dubitare che questa precisazione sia farina del sacco di Mancinelli: lo stile delle affermazioni, il lessico e i contenuti sono agli antipodi delle rozze dichiarazioni all'origine della querelle.
Scusate ma, di fronte a tanto stupido provincialismo, mi viene solo da ridere.

Un aggiornamento dal Corriere Adriatico.

domenica 26 giugno 2011

Missione possibile

Ce l'abbiamo fatta. Siamo riusciti a fare la flebo alla nostra gattona malata. O meglio: il bluesman si è incaricato di sollevare la pelliccia sul dorso della micia e infilarci l'ago (azione seguita da un flebile miagolio di protesta). Io mi sono limitata a reggere il flacone, controllare il flusso e fornire l'ovatta.
L'operazione deve essere seguita da un breve massaggio sul dorso dell'animale per far defluire il liquido che, altrimenti, si raccoglie a palla sotto il pelo; col risultato che il gatto finisce per somigliare a un dromedario in miniatura.
Povera Matilde. Speriamo che le torni presto la voglia di saltare sul giradischi.

sabato 25 giugno 2011

Dall'estetista

"Allora, dove vai di bello in vacanza?"
"Torno qualche giorno a Londra..."
"Ma non c'eri già stata?"
"Per questo ho detto torno."
"Ma non avevi detto che non ti era piaciuto?"
"Ho detto che la città è cambiata moltissimo in questi anni, del resto era una cosa prevedibile, e non posso dire che sia cambiata in meglio... non è più il posto dove vorrei vivere, per intenderci, ma questa non è una buona ragione per non tornarci: l'anno scorso non sono riuscita a vedere tutto quello che avevo in programma."
"Ma scusa, ma a Londra, ma cosa c'è da vedere?"
"..." (silenzio imbarazzato che sottintende il dubbio: ma questa c'è o ci fa?)
"... no perché capisco se uno mi dice vado a Roma, al limite a Venezia, San Pietroburgo anche, ma Londra... ma cosa va a fare uno a Londra?"
"Diciamo che non si può fare vita di spiaggia, però cose da fare a Londra ce ne sono..."
"Tipo?"
"Ecco, diciamo... per esempio quest'anno devo vedere una mostra, poi (con imbarazzo sempre crescente), ho preso i biglietti per il teatro... e anche per un concerto..."
"..." (cala un silenzio di tomba)
"Ah, volevo dire, l'ho poi fatto l'esame di tedesco, eh..."
"Ah sì? E su che cos'era?"


martedì 21 giugno 2011

I colori di Hermès

E adesso cosa vorrà questa pezzente, non penserà mica di incollarsi alla vetrina come una ventosa? deve aver temuto la commessa, capelli lisci e giacca blu, immobile in un santuario silenzioso di chincaglierie e drappi multicolori. Un’occhiata ai listini e schizzerà via dalla vetrina come da una piastra rovente, si sarà augurata la ragazza.
Ma io, nonostante la capigliatura da pazza e l'inconsueto look svizzero-tedesco, non intendevo arrecare alcun danno estetico alla boutique di Hermès; la cui vetrina, peraltro, - un’accozzaglia di chiffon, sandali in cuoio e servizi da caffè - non differiva più di tanto da quella di un qualsiasi negozio di oggetti riciclati. Io mi sono limitata a qualche minuto di raccoglimento per trarre ispirazione da un accostamento cromatico ambizioso: arancione, fucsia e bordeaux. Ambizioso ed energizzante.
Tutt’altro stile ha scelto invece lo scarafaggio che è appena transitato accanto alla macchinetta del caffè per andare a farsi un giro in fabbrica: carapace cangiante rosa antico e verde menta; eleganza rétro che sbuca da umbratili case di campagna. Goffo e provinciale, lo scarafaggio trascina ostinatamente la sua ombra verde tra il clangore ritmato dei macchinari. Eccolo ora mentre si avvia a perlustrare il magazzino, démodé e fuori tempo massimo come il tipico imprenditore locale.


giovedì 16 giugno 2011

Bloomsday

"Sua madre domanda, con delizioso candore, cosa va a fare a Dublino. E lui le risponde la prima cosa che gli viene in mente: che andrà il 16 giugno, a tenere una conferenza. Solo quando ha già risposto si accorge che proprio in quella data ricorre il sessantunesimo anniversario di nozze dei suoi genitori. E inoltre si rende anche conto che il 61 e il 16 sembrano le due facce di uno stesso numero. Il 16 giugno, d'altra parte, è il giorno in cui si svolge l'Ulysses di Joyce, il romanzo dublinese per eccellenza nonché una delle vette dell'era della stampa, della galassia Gutenberg, la galassia il cui tramonto gli sta toccando di vivere in pieno.
[...]
Andrà a Dublino, capitale dell'Irlanda, paese del quale non sa molto se non che, se la memoria non lo tradisce - lo controllerà poi in Google -, è uno stato libero dal 1922, precisamente l'anno in cui - un'altra casualità - sono nati i suoi genitori. Sa molto poco dell'Irlanda, anche se conosce buona parte della sua letteratura. W.B.Yeats, senza andare troppo lontano, è uno dei suoi poeti preferiti. Il 1922 è, peraltro, l'anno in cui venne pubblicato l'Ulysses. Potrebbe andare a celebrare i funerali della galassia Gutenberg nella cattedrale di Dublino, Saint Patrick, se non ricorda male; in quel luogo sacro impazzì definitivamente Antonin Artaud convinto che il bastone del santo fosse identico al suo."

(Enrique Vila-Matas, Dublinesque)

giovedì 9 giugno 2011

"Qualche altra primavera da aspettare ancora"

Mi capita di accendere il computer con la speranza - penosamente infantile - di ricevere qualche buona notizia. Un po' come quando, da bambina, mi piazzavo fiduciosa dinanzi al presepe-carillon per assistere alla sfilata rotante dei pastori, sicura che, prima o poi, il mio pastorello preferito (già allora avevo le idee molto chiare su quale fosse il mio tipo) sarebbe ricomparso da dietro la grotta non già con la solita pecorella in spalla ma con qualche eclatante sorpresa per me sola.
La sensazione è che le buone notizie siano finite da un pezzo. Per usare un'efficacissima espressione manzoniana, devo dire che trovo poco sugo in qualsiasi cosa io intraprenda. Ho esaurito la mia scorta di illusioni. So che esistono delle medicine che rafforzano la capacità di illudersi esattamente come certi farmaci ridanno vigore a cartilagini un po' compromesse, ma non ho intenzione di alterare la mia attuale percezione della realtà, per quanto sgradevole sia.
Nonostante tutto stringo i denti e vado avanti. Mi organizzo, stringo i denti e vado avanti. Sono stati d'animo che l'Ivano Fossati d'un tempo sapeva esprimere meglio di chiunque altro.
*

giovedì 2 giugno 2011

ZD

Sia chiaro che se sabato prossimo non passo l'esame di tedesco, la colpa è tutta di Annozero. Io non c'entro.

mercoledì 1 giugno 2011

Horrors

Mi dico che è sicuramente colpa degli antinfiammatori e, soprattutto, delle gocce auricolari se mi ritrovo a fare sogni più angoscianti del solito.
Certo è che i piedi sepolcrali che mi hanno visitata stanotte sono una delle cose più spaventose che la mia mente abbia mai partorito, così gonfi e gessosi, rapide pennellate color sangue rappreso a designare le unghie.
Ovvio sarebbe carino se riuscissi a evacuare queste ombre mostruose dalla mia testa con la stessa asettica dovizia con cui l’otorino ha asportato l’infezione.
Il punto è che – gocce o non gocce – l’orecchio non smette di pulsare e i frammenti del sogno si ripresentano intatti a intervalli regolari, piuttosto determinati a non impallidire.
Ma a proposito di cose orribili mi sono ricordata di un cd degli Horrors che acquistai su diretto consiglio di Luca Frazzi – ipse dixit! -, fermamente convinto di fornirmi pane per i miei denti. Nonostante la buona volontà non sono riuscita ad appassionarmi all’ascolto e della band non ho più avuto notizia. What ever happened to The Horrors?

martedì 31 maggio 2011

L'ultimo dei mohicani

Se la Lega avesse perso anche a Varese avrei avuto una crisi d’identità.
Ieri pomeriggio in città si respirava un’aria tutt’altro che elettorale. Più che mai, ognuno pensava ai fatti propri. In Piazza del Podestà, presso la sede della Lega, mi aspettavo tutto uno sventolio di bandiere verdi e soli delle Alpi, gigantografie del vincitore, pregustavo già persiane spalancate e pronunciamenti dal balcone. Invece niente. Dico niente di niente.
Nell’indifferenza generale, dai muri cittadini Attilio Fontana diffonde il suo sorriso disarmante da leghista per caso. La poltrona riagguantata a fatica, il sindaco riconfermato si scopre involontario portabandiera di non si sa bene cosa. Ma sì, lasciamogli la soddisfazione del portabandiera, finché dura. In fondo, molto in fondo, Fontana sembra non essere neanche il peggior sindaco che la città abbia avuto in sorte: non certo un leghista d’assalto, piuttosto un mite conservatore, molto impegnato a non modificare le tradizioni cittadine, a non scontentare troppa gente e, in qualche caso – penso soprattutto ai dissesti stradali – disposto ad imparare dai propri errori. Non poco, di questi tempi.

lunedì 30 maggio 2011

"Mi par d'esser con la testa / in un'orrida fucina" - Coro della Maggioranza

Alternando questo e quello
pesantissimo martello
fa con barbara armonia
muri e volte rimbombar.
E il cervello, poverello,
gia' stordito, sbalordito,
non ragiona, si confonde,
si riduce ad impazzar.

sabato 28 maggio 2011

lunedì 16 maggio 2011

venerdì 13 maggio 2011

Un vero sollievo

Sapere di essere antropologicamente diversa da La Russa.

martedì 19 aprile 2011

Il sacchetto rosso

Poco fa, sulla strada che mi porta in ufficio, un sacchetto di patatine color rosso metallizzato si agitava disperatamente lungo la riga di mezzeria, vittima senza scampo delle correnti mosse dalle auto in corsa.
 Ovunque, i campi puntinati di giallo mandano un feroce lezzo di letame ed è tutto un ciondolare demente di fronde intontite da un pulviscolo anemico.
Mentre - nell’indifferenza generale - il livello di radioattività in Giappone non smette di salire, io registro il mio personale record al ribasso di sopportazione dell’esistenza. Non ricordo di aver mai sperimentato prima d’ora un’assenza di speranza più radicale, un disprezzo più cocente per il genere umano.
Immersi in un velenoso nulla di fatto, alberi e uomini ondeggiano privi di senno.  E intanto le auto frustano il sacchetto rosso convinte della propria superiorità.

sabato 16 aprile 2011

Record Store Day 2011



“La gente apre un negozio per vendere, spera che ci sia un tale movimento da dovere ingrandire il negozio per vendere di più e diventare più ricchi, e alla fine non dovere più venire al negozio. Non è così? Ma probabilmente esistono altre persone che aprono un negozio sperando di trovare un riparo, tra gli oggetti che più apprezzano – lana o tazze da tè o libri – e con la sola idea di affermare qualcosa in tutta tranquillità. Diventeranno parte di un isolato, di una strada, della cartina generale  della città e infine della memoria collettiva. Si siederanno a bere il caffè a metà mattina, tireranno fuori i soliti orpelli a Natale, laveranno i vetri a primavera prima di esporre i nuovi arrivi. Per queste persone un negozio è ciò che per altre può essere una capanna nel bosco, un rifugio e una giustificazione.”

da "La vergine albanese" di Alice Munro ("Segreti svelati", Einaudi)

giovedì 14 aprile 2011

Philippe Herreweghe e Thomas Zehetmair a Varese

Il tratto distintivo di Thomas Zehetmair resta l’essenzialità, il nitore ascetico di un suono mai invasivo, mai sopra le righe; lirico, se serve – e certo nel Concerto di Schumann serve – al punto giusto. Il solo di violino (quasi certamente dalla Sonata di Bernd Alois Zimmermann) regalato come encore al termine del Concerto è stato il momento più coinvolgente di tutta la serata.
Non che l’esecuzione della seconda sinfonia (sempre Schumann) non sia stata all’altezza delle aspettative, beninteso; prevedibilmente, l’Orchestre Des Champs-Élysées ha riposto agile e dinamica alla guida di Herreweghe: dettagli, ceselli, freschezza. Tutto molto lontano dalle sontuose letture della tradizione. Ha preso vita, nel gioiello barocco della basilica, uno spirito puramente romantico, un entusiasmo beethoveniano.
Ma è stato impossibile cedere all’illusione. Impossibile perdere la consapevolezza. Anzi, la percezione netta è stata quella della totale impotenza dell’arte, del suo isolamento: lo scollamento più assoluto tra ideale e reale. Mi chiedo se sia stata questa tragica scoperta a ridurre Schumann alla follia.

La musica si spegne. I suoni caldi dei legni, la dolcezza consolante dell’oboe – è tutto finito. Gli orchestrali si sorridono soddisfatti mentre posano gli strumenti. Un fagotto viene smontato e riposto tra una battuta e l’altra. Quanto a noi, veniamo inesorabilmente riconsegnati al vento gelido. L‘impatto con la realtà non è che un mulinare di nefandezze. Le vie del centro sono deserte. La partita di calcio ha assorbito la gente dentro le case: un momento di distrazione collettiva assolutamente perfetto per il compimento dell’ennesimo crimine governativo. In via Luini, dinanzi all’edificio delle suore della Riparazione, è tornata la calma: la coda di povera gente che stazionava in attesa di un pasto caldo, una tanica d’acqua, un vestito pulito, è stata completamente smaltita.
Ci viene incontro un tale: sappiamo forse indicargli dove si trova la discoteca Tiffany?

lunedì 11 aprile 2011

Anna Calvi a Bologna


Bisogna vederla e sentirla dal vivo, Anna Calvi, per avvertire tutta la contagiosa, intensa musicalità che può scaturire dalla sua esile figuretta infantile. Stretta in un look anacronistico e antirock – boccoli alla Shirley Temple, pantaloni anni ’80 e manichine a sbuffo – in scena Anna svela una personalità più che decisa. Inutile chiedersi quale sia la vera Anna Calvi, se la bambina timidissima che si lascia confondere dagli apprezzamenti del pubblico o la rockeuse grintosa, la compositrice colta, l’interprete raffinata.
Sempre muovendosi all’insegna dei contrasti più accesi – il rosso e il nero, ritrosia e determinazione – Anna usa con sapienza una voce di rara bellezza, esplora i fondali oscuri del desiderio e riaffiora all’improvviso agguantando squarci armonici di rapinosa luminosità.

Costretta da un infortunio ad affidare le proprie parti di chitarra a un eccellente collaboratore di supporto, quando si concede di imbracciare il proprio strumento in occasione del primo encore, ha l’aria di chi si sente finalmente a casa sua.
Fondamentale l’apporto della bionda Mally Harpaz all’harmonium (impossibile non pensare a Nico) e preziosissima la varietà timbrica della batteria di Daniel Maiden-Wood. Il sound che ne risulta è così pieno, originale, autosufficiente da non richiedere nemmeno l’intervento di una linea di basso.

Lo spettacolo ha lasciato un segno indelebile, una traccia fiammeggiante nell’oscurità torrida del Locomotiv. Un evento rivelatore che ha avuto però un imprevisto effetto collaterale: riascoltato ora, il disco di Anna Calvi suona come una copia sbiadita di un concerto il cui unico difetto è stata la brevità.

martedì 5 aprile 2011

Radici

giovedì 31 marzo 2011

Gidon Kremer a Varese

Incanutito e arruffato, gilet nero e una camicia di quelle che non si lasciano stirare, Gidon Kremer aveva un'aria piacevolmente klezmer, l'altra sera, a Palazzo Estense a Varese.
La sua ciaccona bachiana, ruvida e intensa, si è tradotta in un esercizio spirituale collettivo. Dalla spigolosità ascetica del violino solo al suono caldissimo, perfettamente coeso del Trio op.110 di Schumann, devastante altalena di malinconia ed estasi, puro spirito schumanniano privo di qualsiasi retorica romantica.
Spiazzante il secondo tempo della serata, dominato dal Trio concertante per violino, violoncello e pianoforte op.1 n.1 di Franck, opera giovanile (che precede di un decennio il Trio di Schumann) dagli accenti quasi pre-impressionistici, una composizione sorretta da un profondo rigore concettuale.
Khatia Buniatishvili, pianista giovanissima (è nata nel 1987!), è un'artista straordinaria, dotata di un'innata sensibilità ritmica e di una precoce maturità. Quanto a Giedre Dirvanauskaite, basti dire che collabora con Kremer dal lontano 1997, quando contribuì alla fondazione della Kremerata Baltica.
Senza timore di esagerare posso dire di aver assistito a un concerto memorabile. In tanta disperata oscurità si è trattato di un momento di intimo sollievo, un incontro confortante. Una benefica corrente di emozioni.