lunedì 1 aprile 2013

A data da destinarsi

Commossa e onorata, ringrazio di cuore Jumbolo e Monty che, nell'ambito del Liebster Award, hanno voluto riservare una nomination anche a questo mio evanescente blog. Allo stesso tempo, tuttavia, l'immeritato riconoscimento mi costringe a prendere atto di quanto questo diario virtuale mi sia diventato estraneo e dunque obsoleto. Il duro percorso della malattia ha indubbiamente fatto di me un'altra persona, e ritornare su queste pagine mi fa sentire ogni volta inadeguata e fuori tempo massimo: come uno studente che, preparando il necessario per partire alla volta di una università lontana, si guarda in giro e sorride alla vista dei pupazzi di peluche sparsi per la stanza. Non so esattamente cosa significhi, ma è così che mi sento. Il senso di inadeguatezza mi rende taciturna; recitare una parte non è nel mio stile. La persona che sono diventata e che sto diventando non ha ancora un'identità precisa, perciò bisogna che io chiuda questa stanza per evitare malintesi, per non generare ulteriori ambiguità. Credo che un giorno ritornerò, perché di solito il vizio di scrivere non mi abbandona mai troppo a lungo, ma sconsiglio vivamente l'attesa.

Saluto i miei quattro lettori e i miei due estimatori - che naturalmente non smetterò di seguire con affetto e interesse - con questo video che, pur non avendo assolutamente nulla a che fare con quanto detto sopra, io trovo irresistibile. A ben pensarci, però, la storiella apparentemente banale di questo adorabile cucciolo di orso polare mi affascina così tanto perché, più in generale, ha a che fare con la sorte, la fragilità, il rapporto tra protezione e libertà. Hai detto niente.



P.S. Questo post non è un pesce d'aprile.

martedì 12 febbraio 2013

A zonzo dopo la fisioterapia

A Varese, in luogo di una fantasiosa boutique della carta, hanno aperto un negozio di cremazioni. Così c'è scritto sull'insegna: Cremazioni. Benché ammirata di tanta semplice compostezza, mi rammarico che nella vetrina di un negozio così ci si possa mettere ben poco.
Intanto il Globe Cafè (che da qualche settimana ha la ventura di essere vicino di casa del Maroni-Point) mi sembra stia diventando un locale finto-alternativo, vale a dire un posto per fighetti che si travestono da intellettuali. In ogni caso fanno bene questi studenti che si godono la vita e i soldi dei genitori così, facendo comunella in un caffè chic del centro. Io ai tempi dell'università mi contavo in tasca i soldi per le fotocopie e il pezzo di focaccia quotidiano e infatti si vede dove sono arrivata. 
In ogni caso anche quest'ultima perturbazione è stata risolta con una certa efficienza e, come al solito, io ero l'unica a circolare in città con la macchina ancora glassata di neve.
 

lunedì 11 febbraio 2013

A Sylvia (27/10/32 - 11/02/1963)

Le colline digradano nel bianco.
Persone o stelle
mi guardano con tristezza, le deludo.

Il treno si lascia dietro una riga di fiato.
Oh lento
cavallo color della ruggine,

zoccoli, dolorose campane -
È tutta la mattina che
la mattina sta annerendo,

un fiore lasciato fuori.
Le mie ossa racchiudono un'immobilità, i campi
lontani mi sciolgono il cuore.

Minacciano
di lasciarmi entrar in un cielo
senza stelle né padre, un'acqua scura.

Sylvia Plath, Pecore nella nebbia
2 dicembre 1962, 28 gennaio 1963

(traduzione di Anna Ravano)

martedì 8 gennaio 2013

domenica 6 gennaio 2013

Giorno di festa

All'uscita dal cinema, la città mi è sembrata improvvisamente straniera: il tiepido celeste primaverile era stato sostituito da uno scenario severo punteggiato di luminosità geometriche. Le mille auto deserte parcheggiate lungo i marciapiedi facevano pensare all'improvvisa dissipatio del genere umano. Come se durante la proiezione del film una forza oscura avesse risucchiato l'umanità. Le luminarie delle feste pendevano inutili, sfarzosamente fuori luogo. Niente luci alle finestre e negozi chiusi. Su tutto l'incongruo tepore di primavera e il senso di una solitudine irrimediabile veicolato dal film.
 

martedì 25 dicembre 2012

Christmas blues

Osservo la pioggia, leggera come polvere, mangiarsi impercettibilmente la polpa bianca di una neve vecchia e ostinata. Due giorni fa, lunghe file di auto in coda all'autolavaggio: a che scopo?, mi chiedevo. Bisogna avere l'auto lustra per andare a pranzo dai parenti? O per caricarsi di cibarie al supermercato? E quanto si può arrivare a mangiare? Di quanto di tutto quel cibo abbiamo davvero bisogno?
Natale è un giorno triste sempre, anche quando, come oggi, scelgo di disertare pranzi e aspettative altrui, restando al di qua del vetro ad osservare la pioggia.  Nella bruma incolore si agitano le contese degli uccelli per le ultime delizie d'inverno.

domenica 25 novembre 2012

Le anime morte - II

Quando ho appreso la notizia dell'incendio divampato in una fabbrica tessile in Bangladesh ho pensato immediatamente ai miei nuovi pantaloni di velluto color melanzana, acquistati da Benetton per € 29.95: sono stati prodotti in Bangladesh, forse proprio nello stesso edificio andato in fiamme ieri, o comunque in un casermone analogo, sprovvisto di sistemi di sicurezza, da donne sottopagate. È il genere di abbigliamento che le persone con un reddito medio-basso come il mio (cioè la stragrande maggioranza degli europei, par di capire) si può permettere. Mi sono sentita minuscola e impotente, infimo ingranaggio di un meccanismo inarrestabile; vittima e complice al tempo stesso, mi sono ricordata di questo passo de La Peste di Camus: 
"Da tanto tempo ho vergogna, vergogna da morirne, di esser stato, sebbene da lontano, sebbene in buona fede, anch'io un assassino. Col tempo, mi sono semplicemente accorto che anche i migliori d'altri non potevano, oggi, fare a meno di uccidere o di lasciar uccidere: era nella logica in cui vivevano, e noi non possiamo fare un gesto in questo mondo senza correre il rischio di fare morire. Sì, ho continuato ad aver vergogna, e ho capito questo, che tutti eravamo nella peste; e ho perduto la pace. Ancor oggi la cerco, tentando di capire tutti e di non essere il nemico mrtale di nessuno. So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dar sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno fargli il minor male possibile e persino, talvolta, un po' di bene. E per questo ho deciso di rifiutare tutto quello che, da vicino o da lontano, per buone o per cattive ragioni, faccia morire o giustifichi che si faccia morire."
 (Traduzione Beniamino Dal Fabbro, Bompiani)

venerdì 23 novembre 2012

Allarmi

Stamattina il chiacchiericcio dei merli era così sguaiato da strapparmi al sonno. Mi sono alzata allarmata, con la sensazione che la piccola comitiva nera si fosse data convegno nel mio giardino per discutere qualche faccenda di particolare gravità. Ma è bastato che aprissi la porta perché l'intera comunità frullasse via all'istante, lasciando dietro sé il silenzio dei rami nudi. 
Le talpe, intanto, procedono incessanti a trapanare campi. 
Quanto a Rebecca, non l'ho mai vista mangiare così tanto: come un neonato, ogni due ore esige un po' di pappa e riesce sempre a estorcermi una dose supplementare di croccantini. Come se si stesse attrezzando contro difficoltà imminenti. Forse l'inverno è alle porte.

In ricordo di Montserrat Figueras (15/03/1942 - 23/11/2011)



mercoledì 14 novembre 2012

Last Leaves of Autumn




 
Oh the leaves how they shimmer
Trees lift their skirts and they quiver
Gently they lay down
To the dirt and dust and ground

They lose their innocence to find it all over
Ain't nothing missing, they 're just high on a feeling
All they need is believing, no reason will do
I'm hanging on like the last leaves of autumn
But I'm coming through like the first shoots of spring
I'm standing outside of space and time
And I'm healing
Believing

I'm ready for a first time feeling
Something I can believe in
I'm ready for a first time feeling
Awaken sleeping season

(Beth Orton, Last Leaves of Autumn, 2012)

lunedì 23 luglio 2012

To live at all is miracle enough

Come diceva una canzone assai in voga nei tristi anni della mia infanzia, la valigia sul letto è quella di un lungo viaggio; in realtà, in programma non ho una vacanza, ma un soggiorno - lungo non si sa quanto - presso un ospedale varesino.
Da qualche tempo, ben prima di poter sospettare il triste verdetto, contemplavo l'inutilità dei miei giorni con lo stesso invincibile scoramento che invade il protagonista del racconto di Poe alla vista della casa degli Usher. Braccata e oppressa senza via d'uscita, sapevo che qualcosa doveva accadere.  Tristemente, dimostrando scarsa fantasia, - ci sono così tanti modi per mettere alla prova il proprio attaccamento alla vita: scalare gli ottomila, fare il cooperante, ricominciare da zero in Nuova Zelanda e via dicendo -, l'unica exit strategy che sono riuscita ad escogitare è stata la malattia; e ciò nonostante la piena consapevolezza del mio potenziale autodistruttivo e degli effetti disastrosi che quel certo malessere psichico ha sul sistema immunitario. Sono dunque un'irriducibile, irrimediabilmente votata all'autodistruzione?
Ancora non lo so. Non vedo l'ora di entrare in sala operatoria per tranciar via di netto tutti i i miei fallimenti e le mie esitazioni; ma che razza di me stessa emergerà dall'anestesia è difficile a dirsi. Non ho ancora deciso.
Dice bene Patricia Petibon in una bella intervista sull'ultimo numero di Diapason: "Aussi vital que soit le travail d'équipe, il arrive toujours un moment où le chanteur est seul face au public, seul comme au jour de notre mort.". Un cantante fa delle scelte ben precise quando si assume la responsabilità di un ruolo - non a caso Patricia Petibon, dopo aver associato il proprio nome alle arie di coloratura dell'opera barocca, è approdata alla Lulu di Berg. È certo più intelligente, e psicologicamente più sano, sfidare se stessi su un palcoscenico che in sala operatoria. Mi pento e mi dolgo della mia pigrizia - o del mio innato autolesionismo - che ha accartocciato dentro di me la creativa per far emergere un'improbabilissimo individuo normale. In sala operatoria si è soli di fronte al proprio destino come quando si muore; e si è nudi e impotenti come quando si nasce. Uno snodo cruciale in un punto cruciale della mia vita.

C'era una quantità di libri e film di cui avrei voluto parlare. Non l'ho fatto perché avevo smarrito la voce, mi sentivo come chi non ha più casa. Ero perfettamente consapevole di aver perso il controllo della mia vita. Ero in balia degli eventi, attendevo solo di essere aggredita dal destino: mi chiedevo solo che maschera avrebbe scelto, il destino, per presentarsi alla mia porta e chieder conto della mia sciagurata inanità.
Naturalmente ora rimpiango di non aver vissuto abbastanza, di aver dato troppa importanza a ciò che avrebbe potuto non averne. Riconosco di non aver saputo guidare la mia esistenza. Non resta molto da dire. Al bisturi la sentenza. Se mai dovessi ritornare a scrivere su queste pagine virtuali, lo giuro, non sarà per raccontare la malattia. Come scrisse Mervyn Peake, "to live at all is miracle enough".

venerdì 20 luglio 2012

A sense of insufferable gloom

"Durante un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire dell'anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi, mentre già si addensavano le ombre della sera, in prossimità della malinconica casa degli Usher. Non so come fu, ma al primo sguardo ch'io diedi all'edificio, un senso intollerabile di abbattimento invase il mio spirito.
Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi, la casa, l'aspetto della tenuta, i muri squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi maleolenti, alcuni bianchi tronchi d'albero ricoperti di muffa; contemplai ogni cosa con tale depressione d'animo ch'io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d'oppio, l'amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo. Sentivo attorno a me una freddezza, uno scoramento, una nausea, un'invincibile stanchezza di pensiero che nessun pungolo dell'immaginazione avrebbe saputo affinare ed esaltare in alcunché di sublime."

Edgar Allan Poe, Il crollo della casa degli Usher (Trad. M.Gallone, BUR)

giovedì 19 luglio 2012

Tutto passerà, come fumo dai bianchi meli

Non ho rimpianti, non chiamo, non piango,
tutto passerà, come fumo dai bianchi meli.
Afferrato dall'oro dell'appassimento
Io non sarò mai più giovane.

Tu ora non batterai più così,
Cuore, toccato dal freddo,
E il paese intessuto di betulle
non mi attirerà a bighellonare a piedi nudi.

Spirito di vagabondo! Tu sempre più di rado, di rado
Fai muovere la fiamma delle labbra
O mia freschezza perduta,
Ardire degli occhi e piena di sentimenti.

Tutti noi, tutti noi in questo mondo siamo destinati a morire,
Dagli aceri quieto fluisce il rame delle foglie...
Sii tu per sempre benedetto,
Tu che sei venuto per fiorire e morire.

Sergej Esenin, 1921 (trad. E.Bazzarelli)

giovedì 5 luglio 2012

L'importanza di essere gentili

Una Tac è una Tac, è chiaro. E il mezzo di contrasto è quel liquidino che, una volta in vena, per una manciata di secondi ti fa sentire incandescente. Se però ad accompagnarti in una simile indesiderata avventura ci sono persone gentili, pazienti, comprensive, che provano a distoglierti dalle tue ansie, che ti chiedono mille volte come ti senti, se è tutto ok, se ce la fai da solo o hai bisogno di una mano, a esame ultimato almeno non ti resta addosso niente di traumatico; il che, in tempi di malattia, non è poco.
Milletrecento euro al mese guadagna una persona che ha il delicato compito di accogliere creature (d'ogni età, indole e povenienza) impaurite, prepararle all'esame, iniettare loro il liquido e badare che tutto funzioni a dovere. Milletrecento euro e un impiego diviso tra due ospedali ("ci mandano una settimana qua e una là"). Dopo trent'anni di lavoro.
Qualcuno mi dirà che, stipendio o non stipendio, la gentilezza, al pari del coraggio, uno non se la può dare. È vero fino ad un certo punto. Perché se è ovvio che la gentilezza in una persona non è direttamente proporzionale allo stipendio, è altamente probabile che un trattamento economico e umano inadeguato - per non dire umiliante - generino disamore per la professione. Se l'immenso capitale umano e professionale del personale medico e paramedico continuerà ad essere gestito esclusivamente secondo le fredde logiche dell'economia aziendale possiamo aspettarci solo il declino di un sistema sanitario nazionale che, in linea di massima, resta invidiabile. Certo la gentilezza di medici e infermieri da sola non cura, ma non ho dubbi sul fatto che aiuti a guarire.

domenica 24 giugno 2012

Racconto d'estate


Parcheggiò all’ombra dei platani e si sentì al sicuro. Sapeva di aver collocato l’auto perfettamente all’interno del perimetro rettangolare blu: un pensiero che infondeva sollievo. Poteva dormire. Voleva dormire. Chiudere gli occhi e abbandonare il capo. Avrebbe sollevato sospetti nei passanti? Qualcuno si sarebbe permesso di bussare al finestrino e chiedere se tutto era a posto? Probabile. Un tempo nessuno veniva a romperti le scatole se ti addormentavi in macchina. Adesso non si poteva dire. La testa della gente è assediata dalla televisione, pensò: ogni inezia è buona per cavarne una trasmissione. La gente non ha più pace, si disse: i telefoni, internet, i giornali. Trasalì al pensiero delle quattro recensioni che avrebbe dovuto consegnare l’indomani. Quattro recensioni. Gli risultava incomprensibile come la gente riuscisse ancora a creare, scrivere. E scrivere romanzi, poi. A lui le parole erano volate via da un pezzo. Gli piaceva il vocabolo afonìa per descrivere l’appassimento della sua fede nella parola. La disperazione soffoca le parole come il vomito annega il respiro. Una verità lapidaria da trascrivere con urgenza. Ma si ricordò di non avere una penna. Aveva con sè un blocco per appunti, ma non una penna. Si compatì: trascrivere a che scopo?

Lo confortava il pensiero di avere già acquistato in una precedente occasione i tagliandi prepagati per la sosta: non aveva dunque bisogno di trascinarsi fino all’edicola. Si prese del tempo per recuperare energia; restava da decidere in quale bar fare colazione. Pensò al caffè vicino al tribunale, dove le brioche erano bionde, piene di zucchero a velo e per niente burrose, e l’espresso era sempre accompagnato da un preziosissimo bicchierino d’acqua. Ma si sentiva troppo rintronato per fare colazione accanto a giudici e avvocati: tutto in loro - dalle borse di cuoio alle voci acide cariche di sottintesi - gli incuteva soggezione.

Aprì la portiera e incontrò i cubetti di porfido rosso che, nelle zone d'ombra, assumevano la sfumatura di certe foglie d’acero: era la sua città, era al sicuro, finalmente. Non si era mai sentito così parte della città come da quando l’aveva lasciata.
Si decise per il bar delle commesse, sotto i portici, circondato dai grandi magazzini. Non era facile mettere in moto un corpo tanto logoro, costringerlo a dialogare con una mente annebbiata. Lo confortava il pensiero che nel bar delle commesse avrebbe potuto sedersi su una di quelle pratiche sedie arancioni che già gli avevano riscaldato certe gelide mattine invernali.

Nel buio del sottopassaggio si accorse di una giovane donna che avanzava a passo spedito alle sue spalle: la vide riflessa nella vetrina ancora oscurata di uno dei tanti megastore della zona. Si immaginò che fosse giovane per via degli abiti attillati – leggins e maglietta – e della capigliatura sbarazzina ma in realtà poteva distinguerne solo la figura nera, perfettamente omogenea e ben delineata, dentro l’oscurità della vetrina. Vide la figura nera crescere di dimensioni davanti a lui con regolarità, come su uno schermo, e si ricordò improvvisamente di un video di Bill Viola – una mostra, da qualche parte nel mondo - in cui una donna in lunghi abiti scuri – nero e blu inchiostro i colori dominanti – avanzava a passo deciso su una spiaggia o nel deserto, non ricordava con precisione. Ma era il movimento, il movimento regolare, l’incedere, la progressione lenta e inesorabile: era questo a incastrare la sua attenzione, a scolpire finalmente una traccia vitale nella sua immaginazione offuscata.

Scatto della luce, fine del tunnel. Bar delle commesse. Contrariamente alle previsioni, nella saletta solo due uomini di una certa età immersi nella lettura del quotidiano locale. Niente frotte di commesse-ragazzine raggrumate attorno ai tavoli a chiacchierare di unghie e vestiti.
La ragazza che prendeva le ordinazioni gli piaceva perché era sveglia, senza fronzoli e portava occhiali dalla spessa montatura nera. Ha già ordinato, signore? Facciamo un po’ di spazio sul tavolo, vuole, signore? Mi dica, signore! Sì certo! Pratica, educata e veloce. È così che si lavora, pensò. Così gli sarebbe piaciuto lavorare.
Cercò di far durare caffè e brioche il più a lungo possibile e, non sentendosi ancora pronto ad affrontare il giorno, estrasse dallo zaino alcuni articoli stampati da siti di quotidiani stranieri: ne aveva a decine, e alcuni risalivano a settimane prima, e si riferivano a stragi, crisi, tragedie ormai risolte, in un modo o nell'altro, o semplicemente superate da nuove stragi, crisi, tragedie. Non riuscì a mantenere a lungo la concentrazione. La sua immaginazione virò di nuovo verso le installazioni di Bill Viola. Ripensò al video con l'abito scuro della donna che lentissimamente, ma con una progressione inesorabile, arrivava a riempire l'intero campo fino a trasformarsi in un'onda nera palpitante. Chi si fosse imbattuto nel video in quel punto non avrebbe mai potuto immaginare la donna e la sua lunga camminata. Tutti noi abbiamo una visione parziale delle cose, riflettè. E, quel che è peggio, da quella visione limitata, da un frammento, facciamo discendere il nostro concetto di oggettività. La nostra percezione della realtà. Il nostro bene e il nostro male.
Ricacciò gli articoli stranieri alla rinfusa dentro lo zaino, consapevole che stragi, crisi e tragedie non avrebbero mai avuto fine. Lo scoramento provocato da questa considerazione - e dal sospetto che la cronaca doviziosa di tante sciagure non fosse altro che una perversione utile solo ad alimentare la spirale - gli fece dimenticare la voglia di ritornare all'inizio del tunnel ad osservare altre figure - non certo la sua - ingigantirsi lentamente dentro lo schermo nero della vetrina.
Nella luce schiacciante del primo mattino si risvegliava la vita molle dei primi giorni senza scuola: le fermate degli autobus poco affollate, mamme coi figli appresso - ma solo quelli piccoli, però; gli adolescenti, si sa, amano dormire. Non era venuto in città per una ragione precisa, non aveva commisioni da sbrigare: si era semplicemente comprato un paio d'ore di autonomia, due ore di zona franca - l'auto nel perimetro blu, cioè la delimitazione e l'affermazione del suo spazio, un suo diritto, per un paio d'ore incontestabile.
Dopo aver girovagato a caso in qualche grande magazzino si sentì sopraffatto dall'abbondanza grottesca di capi d'abbigliamento in esposizione. Una quantità mostruosa che la città avrebbe potuto smaltire solo in un numero imprecisato di stagioni. La bruttezza dei capi lo affliggeva. Gli abiti destinati alle cerimonie erano patetici senza appello: gusto spagnolo e manifattura cinese davano vita ad un connubio indescrivibile. L'impronta mediorientale - applicazioni in cotone e perline - su giacche destinate a cresime e matrimoni risultava di una sciatteria nauseabonda.
C'era una forma di violenza in quel cattivo gusto imposto alle masse, in quella volgarità seriale che non lasciava margine di scelta. E non volle chiedersi quali mani, in quali condizioni, avessero imperlinato quelle giacche dai colori improbabili.
L'atmosfera  - irrespirabile - era drogata da una palpabile sciatteria della mente, dal totale immobilismo dell'immaginazione.  E tutto questo mentre lui aveva appena scoperto il miracolo del movimento, le energie che un'immagine in movimento può far scaturire. La dimensione contemplativa del movimento.
I rintocchi provenienti dal campanile della basilica lo sollecitarono a ritornare sui suoi passi: le due ore di autonomia erano appena scadute e il rischio di una multa sventolante dal tergicristalli era molto concreto. All'interno dell'auto la temperatura era esplosiva ma lui aveva bisogno di assorbire tutto quel calore. Aveva delle scorie da bruciare.

domenica 10 giugno 2012

La stanchezza mangia l'anima

Il temporale di stanotte ha abbattuto la mia dalia. Il suo bocciolo promettente era una delle poche cose che desse un senso a questo grigissimo scorrere dei giorni. Il bluesman sostiene che la dalia e il suo gambo energico ce la faranno, si rimetteranno in piedi presto. Sarà: ma alla luce dei nuvoloni neri che vanno addensandosi, mi è difficile credere alla resurrezione della dalia.
Esattamente trent'anni fa moriva Rainer Werner Fassbinder. A 17 anni, grazie alla Rai, avevo già visto tutti i suoi film più importanti, Berlin Alexanderplatz (integrale) compreso. Attraversai gli ultimi giorni di scuola con lo stesso animo desolato e schifato che mi ritrovo oggi: in classe certo non c'era nessuno con cui potessi condividere quella perdita. Era un dolore troppo privato, così privato che anche oggi mi disturba parlarne. I miei compagni pensavano alle vacanze, ma io non avevo vacanze in programma. Ricordo che mi comprai un sacco di classici tascabili supereconomici - Alfieri, Camus e chissà che altro - e trascorsi i primi giorni d'estate chiusa nella mia stanza a leggere.
Un paio di mesi più tardi, mio fratello A., con uno di quegli slanci paternalistici che ancora oggi ogni tanto sono costretta a rimproverargli, decise che ci avrebbe fatto bene visitare un po' di Germania. In un dorato giorno di fine agosto facemmo tappa ad Altdorf, consumando all'ombra di un albero secolare, nei pressi del convento dei cappuccini, le frugali provviste di cui ci aveva dotati nostra madre.  Ci vide un anziano signore in completo e cappello nero, barba bianca e bastone da passeggio, che, nel silenzio assolato dell'ora più calda, percorreva il sentiero con pensosa determinazione. Era uno di quei giorni perfetti dai contorni nettissimi che solo la fine dell'estate sa regalare. Ebbi la sensazione di essere finita dentro un libro di Hermann Hesse e mi vergognai un poco delle briciole di plum-cake che andavo spargendo e del frusciare della carta stagnola.
Zurigo, Monaco e Stoccarda, dove giungemmo all'ora malinconica del tramonto: un gruppo di orchestrali - le donne in neri abiti svolazzanti - raggiungeva il luogo dell'esibizione. A differenza di noi due, tutti in quella città, a quell'ora, avevano una destinazione, un luogo da raggiungere. Dormimmo in una specie di bettola - credo che ci tornò utile l'essenziale tedesco turistico appreso nel corso delle vacanze infantili in Alto Adige - e la mattina ci fu servita una devastante colazione germanica. Dopo qualche giorno facemmo rientro in Italia attraverso il passo del Giovo: essendo rimasti quasi senza benzina, percorremmo tutto il passo in discesa a motore spento fino a Vipiteno.
Non provo alcuna nostalgia. Sono stata raramente felice nella mia giovinezza e, forse per questo, ho sempre provato una singolare attrazione per le persone infelici. Quel che rimpiango è la capacità che avevo un tempo di percepire una perdita come un'ingiustizia, e, conseguentemente, di reagirvi con una sfida. Oggi vivo il mio tempo come un'oppressione senza speranza, un dovere insensato senza via d'uscita.

venerdì 1 giugno 2012

I 70 anni di Alberto Radius


Tra gli illustri rockers attempati  - come ama definirli lei - che nel 2012 hanno tagliato il traguardo dei 70 in eccellenti condizioni artistiche, non va assolutamente dimenticato Alberto Radius. Il suono torvo e tagliente della sua chitarra ha caratterizzato buona parte della musica popolare di qualità degli anni '70 e '80; un suono dal retrogusto amaro e vagamente ironico, sostenuto da una raffinatezza nel fraseggio davvero raro nel panorama italiano. Ascoltare Strade dell'Est di Battiato per credere. Felice compleanno Alberto Radius.

giovedì 31 maggio 2012

Resistere

In ufficio, di questi tempi, sono sottoposta a una pressione tale che l'unica strategia difensiva possibile è la fuga. Così oggi pomeriggio per evitare una crisi di nervi dalle conseguenze imprevedibili - il cuore si era fatto ballerino e la mente già proiettava con insistenza immagini di me digrignante, armata di matite appuntite e lanciata furiosamente contro il capo - ho chiamato in causa un impegno inderogabile e ho abbandonato la postazione un'ora prima del previsto.
L'aria aperta ha prodotto subito effetti benefici. Ho attraversato la campagna assolata dove i soliti tre signori un po' ingobbiti che vivono nella stessa casa - saranno fratelli? non si sa - tagliavano l'erba con la falce (ovvero facevano il fieno). Poi sono andata all'ufficio postale a spedire un messaggio di felicitazioni alla mia amica ormai naturalizzata dublinese che la settimana prossima convolerà a nozze in un romantico angolo della contea di Meath; inutile dire che la invidio molto: non per il matrimonio ma per la contea di Meath e per la naturalizzazione dublinese.
Dopo un salto al Bar degli Spettri - dove ho acquistato un grattaevinci da tre euro che ne ha fruttati ben dieci: ora sì che sono ricca - sono andata a far benzina e infine al supermercatino dei disperati a comprarmi un cestino di fragole.
Ed ora sono qui, con la malinconia che presto si tramuterà in angoscia, a contemplare il balconcino fiorito: un tripudio di rossi e rosa in ogni possibile variante e gradazione. Meno male che c'è Rebecca, la mia bellissima gattina enigmatica - tuttora un mistero insondabile - che schizza qua e là per il giardino, lucida macchia di velluto nero contro lo splendore dell'erba. Rebecca non è esattamente il gatto coccoloso che tutti sognano, però è, a modo suo, molto affettuosa ed estremamente comica, soprattutto quando dà la caccia  a volatili che non potrà mai raggiungere.
Così le ombre calano sull'ennesimo nulla di fatto. Ci si accontenta di equilibri precari, ci si confronta con attese snervanti; in breve, si cerca di resistere. Un pensiero carico di affetto e nostalgia, a tutti i miei amici emiliano-romagnoli che per ben altre ragioni, in questo momento, si trovano a condividere il mio stato d'animo.

domenica 27 maggio 2012

Il re del mondo

Rovistare nell'armadio in cerca delle mie scarpette scamosciate avendo negli occhi le immagini oscene delle carneficine siriane mi fa sentire un'idiota, una cretina scollegata dalla realtà.
Oggi pomeriggio sono stata al cinema, e in mezz'ora di trailers non ho visto un fotogramma che non grondasse sangue e terrore. Davvero la gente ha tutto questo bisogno di spaventarsi e nutrirsi di mostruosità? Ma che si guardassero su Youtube i video che arrivano dalla Siria. Forse il problema è che quelle teste spaccate sono tragicamente vere? Certo davanti a quella distesa di corpicini straziati è un po' difficile far calare il sipario autoconsolatorio della finzione, anzi, viene quasi istintivo turarsi il naso per non sentire l'odore del sangue.
Cosmopolis è un film intenso con una sceneggiatura preziosa (peccato non aver letto il romanzo). Immagino che a proposito di questo ultimo lavoro di Cronenberg qualcuno tirerà fuori il solito, temibile aggettivo "moralista" - stigma irrimediabile -, come sempre accade, del resto, quando viene messa in dubbio l'onnipotenza del denaro. Ma ho trovato singolare quell'insignificante particolare scovato per caso nei titoli di coda. Security to Mr. Pattinson. Voglio dire: vedi un film dove la security è tutto - ed è ossessionante, invasiva, asfissiante al punto che per riacquistare un minimo di autonomia sulla propria vita Packer deve eliminare fisicamente la propria guardia del corpo - poi leggi che l'attore che ha interpretato questo personaggio paranoico gira regolarmente con la guardia del corpo. Della serie: ok, abbiamo scherzato, era solo un film. Proprio come i film orrorifici dei trailers che giocano a terrorizzare spettatori annoiati e bisognosi di emozioni forti.
Forse era meglio lasciare il romanzo al suo posto ed evitare di farne un film. O magari sarebbe stato più serio e coerente ingaggiare un attore meno glamorous; puntare sulla qualità del film, sulla forza del messaggio, anche a rischio di un flop. Già, ma siamo sempre lì: e chi l'avrebbe ripagato poi quel flop?
Aveva ragione Battiato: il re del mondo ci tiene prigioniero il cuore.

martedì 8 maggio 2012

La processione ignobile

Quando vedo la processione ignobile
Fuoruscire da piccole soglie
E volgersi verso la città, in rivoli che divengono ondate
Di uomini in bombetta che si affrettano
A fondersi a donne con borsetta
Che hanno fretta, fretta,
Su gambe che vanno veloci veloci
In una fretta ignobile, per paura di far tardi,
Io mi sento pieno di umiliazione.
È la loro fretta
Che è così
Umiliante.


D.H. Lawrence, The Ignoble Procession, traduzione di Franco Buffoni (in Una piccola tabaccheria, ed. Marcos y Marcos 2012)