mercoledì 14 aprile 2010

Cover mania

Mi è ritornata fra le mani questa preziosa copia di estratti da due celebri balletti di Tschaikowsky. Copia preziosa non per repertorio ed esecuzione (mai avuta una simpatia particolare né per il compositore né per il direttore d'orchestra) ma per la mitica copertina argentea di Herbert Tobias.

Naturalmente la mia foto non rende minimamente giustizia all'originale: se cerco di catturare la spessa grana argentata del cartone, devo rinunciare alla trasparenza luminosa dei petali. Insomma, come si fotografa il genio?

martedì 13 aprile 2010

L'uomo nell'ombra di Roman Polanski


Adesso ho un'idea abbastanza chiara del perché gli americani ce l'hanno tanto con Polanski.
Ci tenevo comunque a dire che Ewan McGregor è proprio bello, instancabilmente bbono dalla prima sequenza all'ultima. E poi che secondo me il titolo era meglio non tradurlo. E poi basta così perché non si sa mai la CIA.

domenica 11 aprile 2010

Bright Star di Jane Campion

È possibile raccontare una storia come questa senza scadere nel più insopportabile sentimentalismo? Direi di sì, visto che Jane Campion c'è riuscita. Al bando tutti i manierismi, grande attenzione ai dettagli, ricostruzione maniacale degli ambienti, ottimo bilanciamento fra pathos e realismo. E poi l'ingrediente principale della ricetta sta nel soggettivare il racconto: una storia così non può solo essere mostrata, deve piuttosto svolgersi, svilupparsi, accadere sotto gli occhi dello spettatore; risultato che si ottiene più facilmente se si sceglie un protagonista (in questo caso Fanny Brawne) e gli si affida il racconto. Svelando subito l'elemento che induce l'attrazione di Fanny Brawne per John Keats (l'ossessione per la ricerca della bellezza), si elimina all'origine il rischio di estetizzare il sentimento.
La sceneggiatura, che attinge abbondantemente dalle famose lettere di Keats, è praticamente perfetta. Abbie Cornish, nei panni di Fanny Brawne, è strepitosa.
Resta da chiarire storicamente (ma è una curiosità tutta mia) che razza di personaggio fosse davvero Charles Brown, generalmente definito grandissimo amico del poeta, nonché autore della sua prima biografia, e dipinto nel film come un individuo assai sgradevole.
Consiglio la visione del film in lingua originale, se possibile: è un film così profondamente inglese e così ben recitato, che il doppiaggio non può che sminuirne la qualità.

giovedì 8 aprile 2010

Jim Carroll: la prima biografia


Ci sono poeti per i quali la vita non è che un accessorio funzionale alla scrittura: non credo che Jim Carroll appartenesse a questa specie. Attraversò il mondo con una sorta di umile stupore: qualcuno potrebbe dire il sonnambulismo perenne dell’eroinomane, certo, ma Carroll non fu autodistruttivo in modo sguaiato. Si lasciava sì blandire dall’eroina (o dal metadone, a seconda dei periodi) ma spesso con una sigaretta accesa fra le dita: in qualche modo le falangi scottate dai mozziconi gli permettevano di non staccare definitivamente la spina. Si direbbe che, nonostante tutto, la vita lo incuriosisse molto. Mite ed umile di cuore – autentico catholic boy – attraversò l’inferno per avere diritto a sperimentare la redenzione.

Jim Carroll fu essenzialmente poeta e scrittore. Capitò nel mondo della musica per caso, per curiosità, per amicizia; ma non pensò mai a se stesso come a un rocker. Nella sua esistenza, segnata dalla precocità dall’inizio alla fine, la musica rimase un’esperienza a tempo determinato. Nella New York irripetibile degli anni ’60 e ’70 conobbe tutti quelli che bisognava conoscere. Tutti lo ricordano come un uomo mite e gentile, bellissimo e pieno di talento.

È ad una coraggiosa
casa editrice indipendente di Genova che si deve la primissima biografia in assoluto dedicata a Jim Carroll, l’artista newyorkese scomparso poco più di sei mesi fa.
Federico Traversa, appassionato curatore del progetto, si serve delle numerose testimonianze degli amici più o meno illustri di Carroll per ricostruirne la vita e l’attività artistica in modo fedele e dettagliato.
Lettura consigliatissima.

domenica 4 aprile 2010

Lettere ritrovate di Guido Morselli


Segnalo questa preziosa raccolta di lettere scritte o ricevute da Guido Morselli tra il 1947 e il 1972: si tratta di missive rinvenute nei volumi giunti alla Biblioteca Civica di Varese per lascito testamentario. Morselli aveva infatti l’abitudine di archiviare la corrispondenza –incluse le proprie minute dattilografate – tra le pagine dei libri, secondo una logica ben precisa, tanto più significativa nel caso di carteggi con filosofi e scrittori. Un epistolario estremamente variegato che ci restituisce lo scrittore varesino (d'adozione) in tutta la sua complessa autenticità.
Qui di seguito riporto qualche stralcio dall’introduzione appassionata, intelligente e ben circostanziata di Linda Terziroli, curatrice dell’opera.

“Questa piccola, multicolore antologia di lettere, attesta il bisogno insaziabile dello scrittore di comunicare, di superare la barriera di incomunicabilità tra il proprio io ed il mondo, ovvero di interagire tra uomo e uomo, al di là dell’isolamento monadologico. E, a ben guardare, non è grafomania ma volontà irrinunciabile di aprirsi al confronto con l’altro, insieme all’intima necessità del Nostro di avere interlocutori di una certa levatura, proprio per lo spessore e la profondità del suo pensiero.[…] Il tormento di Morselli, creatura schiva, inselvatichita, isolata, sembra stridere con questo bisogno di comunicazione; la verità è che Guido Morselli desiderava un riconoscimento del valore delle sue opere, più che un’attestazione di stima alla sua persona.”

“Il vivere solo era una condizione scelta, ma Guido Morselli non temeva la solitudine: temeva piuttosto gli uomini[…] Lo spaesamento dell’uomo solo, ferito dal male umano è quel senso di disorientamento profondo causato dalla parentesizzazione delle esistenze che domina in Dissipatio H.G. Il tema frequente del viaggio, nell’intera opera morselliana, è indizio di una coazione al movimento.[…]La ricerca continua di una risposta credibile, attestata e incrollabile, quasi paradossalmente teologico-scientifica è il leit-Motiv, la chiave di lettura dell’opera letteraria e saggistica di guido Morselli, nonché delle domande che emergono da questo ventaglio di lettere. Lo Scrittore varesino era tormentato dai dubbi, assillato, quasi assalito a tratti, dalla ricerca, ardua in verità, di una spiegazione, dello svelamento di un dolore, di un lutto interiorizzato che faticava ad elaborare.
Il dialogo, sia pure soltanto scritto-letto, era la panacea di un momento, l’apparente risposta che, d’altronde, non risolveva i suoi radicatissimi dubbi. Morselli sembra ricercare l’introvabile, va in cerca, come trasfigura nella finzione letteraria dei suoi romanzi, di colui e colei che non risponde, di chi è presumibilmente scomparso.
Il destinatario (assente) è pertanto sempre assiduamente richiesto, soprattutto nell’appello più disperato, quello del suicidio.”

“Morselli è uno scrittore d’eccezione. Uno scrittore, per privilegio o per dannazione, condannato in vita all’intimazione del silenzio, al buio della sofferenza, che, a suo dire, negava il diritto alla felicità, e quindi alla vita. Solista, più che solipsista, è stato l’eletto o l’eccettuato, relegato, per comodità critica, in quell’inospitale (per lui) torre d’avorio, destinato a disperdere l’unicità e la preziosità di una vita alfierianamente dedita alla scrittura, nella più alta accezione del termine.”

venerdì 2 aprile 2010

Indietro tutta

Sono appena tornata dall'ufficio postale dove ho appreso che da ieri non sono più in vigore le tariffe agevolate per gli invii editoriali. Avremmo fatto volentieri a meno di questa nuova iniziativa di disturbo ai danni della libera circolazione della cultura. Comincio a sentirmi assediata.

giovedì 1 aprile 2010

Aprile

Da una parete dell’ufficio la ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer mi sorveglia enigmatica, lo sguardo vetroso che suggerisce complicità ma anche un impedimento invalicabile; un’ammissione di impotenza, insomma.

Nel sottobosco della ginestra sono sprizzati due giacinti blu: spavaldi come ospiti inattesi, hanno la tipica, sorprendente bellezza dei frutti illegittimi. Eleganza selvatica. Un monito doloroso.


Un'inquietudine oscura mi impedisce di apprezzare questa primavera dal clima nordeuropeo, un malessere profondo sigilla l'immaginazione. Inutilmente forsizia e fiori di pesco si affannano a contrastare lo schiaffo della pioggia. E l’unica alternativa a questa rassegnazione senza parole sono i soliti sogni di fuga.