martedì 8 giugno 2010

Eclissi

In questi giorni vivo in stato confusionale, una sorta di sonnambulismo che attutisce il contatto con la realtà, evitandomi violente crisi di rigetto.
Il trasloco psicofisico verso la cosiddetta bella stagione diventa ogni anno più difficile.

È un bene che presto inizino i mondiali di calcio: avremo serate di coprifuoco, il popolo risucchiato dai nuovi televisori digitali come falene abbracciate ai soffitti illuminati. Pregusto sale cinematografiche deserte: niente briciole di popcorn sulle poltrone, niente piedi sugli schienali.

Io sono fortemente tentata di eclissarmi per qualche giorno, almeno fino al giro di boa dell'esame di tedesco. A meno che il bluesman non riesca a trascinarmi in qualche iniziativa di cui valga la pena parlare.

sabato 5 giugno 2010

Scene di ordinaria ipocrisia varesina

Come in una di quelle commedie americane di successo, io e B. ci incrociamo all’ingresso di un negozio. È il negozio in cui ho lavorato per più di dieci anni, è quasi casa mia, insomma, e B., stranamente, si sorprende di trovarmi proprio lì: inciampa nelle solite battute da copione - pensavo giusto di telefonarti, non ho mai tempo ecc ecc – infine, poiché non sa rinunciare a quel ruolo da galantuomo che è precisamente ciò che fa scappare tutte le sue giovani fidanzate, decide di offrirmi un caffè. Naturalmente un bar qualsiasi non va bene, perciò ci incamminiamo verso quello dove lui si sente a proprio agio. La conversazione comincia al largo - il suo lavoro, un incidente in moto – poi il cerchio si stringe su di me e infine l’argomento non può più essere evitato:“Ah, senti, volevo dirti del tuo libro…” dice con l’aria di uno che preferirebbe essere altrove.
Sarà che siamo così impegnati ad attraversare la strada senza farci travolgere, di fatto non riesco a capire se il romanzo gli sia piaciuto o no. E dire che B. è sempre stato un gran lettore, ha lavorato per anni in una importante libreria cittadina e dà del tu a tutti i personaggi che contano nell’ambiente letterario varesino; da uno così, che per di più si ostina a professarsi mio carissimo amico, mi aspettavo un giudizio un po’ più articolato, magari una stroncatura senza rimedio. Ma l’imbarazzo, santo cielo, quello non l’avevo proprio messo in conto.
“Sai, pensavo a quello che mi hai raccontato” spiega arrossendo “che certe parti le hai scritte in ufficio…”
“Precisiamo: mi è capitato di buttar giù degli appunti che poi sgrezzavo a casa, sai com’è, l’ispirazione non conosce pazienza…”
“Sì ma” continua lui ridacchiando paonazzo “pensavo a certe scene…ti immaginavo in ufficio a scrivere certe scene..”
Quali scene, di grazia?, vorrei chiedergli, quali scene? Forse il pompino nella stanza d’albergo a Parigi? O la sega sotto la doccia? Perché è lì che va a sbattere la sua immaginazione, me lo sento. Possibile che di trecento pagine di libro ti siano rimaste impresse solo due mezze paginette di sesso? O è il fatto che si tratti di sesso fra due uomini a farti arrossire così? vorrei chiedergli. Ma scelgo di fare la signora, perciò mi limito a ordinare al banco un caffè macchiato glissando su quel suo imbarazzo preadolescenziale.
“Ma sì” conclude lui soddisfatto di aver trovato una spiegazione plausibile “scrivendo tu razionalizzi i tuoi mostri, i mostri che hai dentro…”
“I mostri? Ma quali mostri, quelli sono i miei personaggi, le mie creature, altro che mostri, e io li adoro, li adoro come figli…”
Se avessi qualche speranza di poter essere capita aggiungerei che a volte mi pento di averle partorite, le mie creature: non avrei dovuto sbatterle in questo mondo di lettori convenzionali.
Per smuovere le acque cerco di riportare la conversazione su un argomento critico più serio: “Ma le citazioni letterarie, secondo te, intralciano il racconto? Ti sembrano eccessive? Funzionano o bucano la storia?”
Ottengo una risposta evasiva che va a parare sulle citazioni musicali presenti nel romanzo:“Ma sai, io non sono tanto aggiornato sulla musica rock…”
E che c’entra la musica rock? Certi nodi cruciali nel romanzo sono affidati a Bach, Ravel, Couperin; per il resto si fa riferimento ad artisti che chiunque abbia passato i trent’anni ha sentito nominare almeno una volta nella vita.
Va bene, ho capito: forse ho capito anche perché B. non riesce a tenersi una fidanzata.
“Mi scade il parcheggio della macchina” taglio corto con un sorriso di circostanza, e quando metto mano al portafoglio dicendo “Lascia, tocca a me”, B. non si ricorda nemmeno che l’invito è partito da lui che se ne sta lì a guardarmi mentre pago e ritiro il resto.

mercoledì 2 giugno 2010

To P.O.

Apprendo da pop life, purtroppo in ritardo, che Peter Orlovsky è morto e subito penso a Hydrogen Jukebox di Philip Glass/Allen Ginsberg, per inciso uno dei cinque dischi che porterei sull'isola deserta e, sempre per inciso, opera di straordinaria attualità. Da riascoltare con cura e ripetutamente.

To P.O.

The whitewashed room,
of a third-rate Mohammedan hotel,
two beds, blurred fan
whirling over yr brown guitar,
knapsack open on floor, towel
hanging from chair, Orange Crush,
brown paper manuscript packages,
Tibetan tankas, Ghandi pajamas,
Ramakrishna Gospel, bright umbrella
a mess on a rickety wooden stand,
the yellow wall-bulb lights up
this scene Calcutta for the thirtieth night -
Come in the green door, long Western gold
hair plastered down your shoulders
from shower: "Did we take our pills
this week for malaria?" Happy birthday
dear Peter, your 29th year.

Calcutta, July 8, 1962

(Allen Ginsberg, To P.O., in Hydrogen Jukebox)

martedì 1 giugno 2010

Exsultate Jubilate!

Il collegamento alla rete è tornato!


Giugno

Sotto un cielo adeguatamente turchino e illuminato ha inizio il mese di giugno e il mio accesso alla rete continua ad essere negato. Ancora ieri un’operatrice antipatica mi ha redarguita per la mia impazienza, e in tono sprezzante ha sottolineato che stare due settimane senza internet “non è poi una cosa tanto grave, no?”
Comunque, dopo due settimane di assedio telefonico fra insulti e blandizie, minacce, ricatti e accuse, dopo l’intervento a pagamento di un tecnico Telecom, dopo ben due accurati controlli (a pagamento, è logico) del mio tecnico di fiducia che ha confermato che pc e modem godono di ottima salute, alla fine di una eterna telefonata che ha rubato un intero sabato pomeriggio al bluesman (io non avrei retto), siamo arrivati alla conclusione che il problema è di natura squisitamente amministrativo-commerciale. In breve, un’anomalia di sistema ha sovrapposto il mio attuale contratto – in essere dall’agosto 2006 - con il precedente contratto “a consumo”. Questo conflitto di informazioni genera un errore che impedisce il mio accesso alla rete. E si tratta di un problema che nessuno riesce a risolvere. Stamattina alle 7 un operatore di buona volontà mi ha anche fornito ulteriori dettagli: la risoluzione del mio problema è stata affidata ad un’impresa che però non si è rivelata all’altezza. Ora il caso è stato affidato ad un’altra impresa che ha il compito di riparare il guasto entro martedì 8 giugno. Ce la faranno i nostri eroi?
Non so, nel frattempo io mi sto attrezzando per cambiare gestore. In ogni caso queste due settimane di “isolamento” mi hanno illuminata sugli effetti collaterali di internet. Mi è più che mai chiaro che la realtà può essere fatta, disfatta e ricreata con le parole. Che la libertà è un’illusione. Che la verità è relativa. Che internet è l’ennesimo trastullo elargito al popolo affinché si distragga, si illuda e non pensi. Che c’è sempre un potere – di natura politica o economica poco cambia – in grado di cancellare la tua libertà sulla base di un capriccio. Che le conoscenze virtuali, i rapporti fra utenti della rete sono una bolla di sapone, sono falsi, inesistenti, si alimentano di parole vuote e danno un contributo importante a tutta questa grottesca alienazione dal reale che ci sta distruggendo.

venerdì 21 maggio 2010

Can you hear me, Major Tom?

La mia connessione alla rete deve essere finita in un buco nero della galassia: risucchiata, polverizzata, azzerata. E io sto vorticando da giorni, ormai, in un incubo kafkiano di schede di lavorazione e appuntamenti telefonici con tecnici fantasma. Le mie domande rimbalzano contro il muro di gomma dei risponditori automatici che modulano assurde frasi fatte attraverso le loro odiose trachee metalliche.
Sono riuscita a connettermi - abusivamente - con mezzi di fortuna solo per dire che un giorno o l'altro mi rifarò viva, credo. Comunque sappiate che vi ho amati.
Can you hear me, Major Tom? Can you hear me, Major Tom?

martedì 18 maggio 2010

Koopman e Monteverdi a Varese

Basilica affollata ma stranamente non gremita per la celebrazione del quattrocentesimo anniversario del Vespro mariano di Monteverdi.
A 66 anni, Ton Koopman è il folletto geniale di sempre. La sua lettura del Vespro – di cui per ora non esiste documentazione discografica – è essenziale e rigorosa, più in linea con la versione di Alessandrini che con quella, ormai troppo sontuosa, di Gardiner.
Koopman, che accompagna i solisti al cembalo, dirige con l’entusiasmo e la vitalità che gli conosciamo, adottando tempi agili ma senza eccessi.
Il coro dell’Amsterdam Baroque rende con assoluta plasticità le dinamiche della geniale commistione di canto fermo gregoriano e seconda prattica.
Un’esecuzione splendida. Un’ora e mezza di totale incanto sonoro. Tutto di una bellezza commovente e inesprimibile.