mercoledì 14 luglio 2010

With windmills turning wrong directions

Con i mulini a vento che girano a rovescio,
E i segnali indicanti in alto e in basso,
Rovina e redenzione,
Non c'è dubbio che il vento in cui precipitano,
Non volano, le cornacchie, sia un vento d'inganni:
Gioca tiri ribaldi con valori e intenzioni,
Guida e soffia maligno, perché le allodole
Trovano arduo sfrecciare sulle nuvole;
Verso Londra è girato, e turbe assetate
Di uomini con camicie di flanella
E ragazze con cappelli infiorati
Intenti a visitare i luoghi famosi,
Viaggiano nei loro torpedoni su strade
Che conducono a sordide città
Sudice di garage e d'insegne di tè a buon mercato.

La fede nel divino risolverebbe molte cose,
Perché allora il vento fallace sarebbe con certezza
Vento del diavolo, e l'alta trinità
Sarebbe incolpevole dei misfatti ventosi.

Ma le vie sono cambiate, e molte vie conducono
In luoghi diversi da quelli indicati
Da chi progettò gli ovvii percorsi
E ora, sbagliando direzione,
Su miglia di pietre miliari orizzontali,
Perplessi oltre le perplessità,
Torcono le loro povere budella.

Il vento è mutato, ha rovesciato
Il manto del buio e della luce,
Reso insignificante il significato. Il vento dell'errore
S'agita, gonfio, vecchio di veleno, da una bocca crostosa.
Soffia il vento mutato, e c'è una scelta di segnali
Girati verso il Cielo, e pie turbe
Di neofiti che imboccano strade alterate.

(Dylan Thomas, With windmills turning wrong directions, traduzione A. Marianni)

domenica 11 luglio 2010

Tempi moderni

Sulla parete dietro il bancone della farmacia scorgo l'inconfondibile logo blu di Facebook: compare un po' dappertutto, ormai, e io quasi non ci faccio caso. Ma una curiosità quasi automatica si insinua nella mia testolina lessa e dunque mi costringo a leggere distintamente ciò che mi era parso poc'anzi:
"La Farmacia XXX è su Facebook. Diventa fan!"
Qualcuno ha idea di cosa significhi essere fan di una farmacia? Qualcuno sente il bisogno di levare il pollice (like!) o inviare cuoricini, baci e richieste di amicizia a una farmacia?

Un breve ricordo

“In realtà non fa poi così freddo, il 7 marzo, per festeggiare i suoi cinquantatré anni con un sacco di gente fra cui Gershwin, che ha voluto rivedere per sentirlo suonare The man I love. L’altro ovviamente accetta e dopo cena ce la mette tutta per convincerlo a dargli lezioni di composizione, ma Ravel oppone un secco rifiuto, sottolineando che rischierebbe di perdere la sua spontaneità melodica, non si vede a che scopo, fra l’altro, tutt’al più per diventare la brutta copia di Ravel. C’è anche il fatto che avere allievi non gli piace e poi, andiamo, questo Gershwin, sembra proprio che il successo universale non gli basti più, punta in alto ma gli mancano i mezzi, offrirglieli per distruggerlo?, no, non è proprio il caso. Insomma Ravel si defila, è piuttosto seccato.”
(Da Ravel di Jean Echenoz, Adelphi)
Per ricordare Gershwin ero tentata di proporre The man I love nella bellissima interpretazione che ne fece Liza Minnelli all'epoca del film New York New York. Però questa Janis Joplin in bianco e nero è più coerente con la mia persistente malinconia estiva. Fa sempre uno strano effetto, poi, pensare che Gershwin e Ravel se ne andarono lo stesso anno e per la stessa ragione.


giovedì 8 luglio 2010

L'inascoltabile Allevi

Confesso candidamente che, prima di venerdì scorso, non avevo mai avuto occasione di ascoltare una singola nota di Giovanni Allevi. Sicura di poter convivere tranquillamente con questa lacuna, non mi ero mai data pena di colmarla, e avrei continuato a coltivare la mia condizione di beata ignoranza se Allevi non si fosse presentato a sorpresa sul palco luganese di Piazza della Riforma, subito dopo il concerto di Bill Evans e Robben Ford (del quale mi piace ricordare l’aria da eterno ragazzino e il temerario abbinamento pantalone viola/maglia petrolio, abbinamento già osato in passato, anche se in senso inverso, dalla divina Joni Mitchell – vedere lo sterepitoso dvd Shadows and Light per credere – ma va da sé che La Divina, con la voce e il talento che si ritrovava all’epoca, poteva permettersi ogni stravaganza cromatica) e immediatamente prima dell’esibizione dei Level 42.

Fino a venerdì scorso, dunque, la mia assoluta, neutrale indifferenza nei confronti del compositore marchigiano poggiava serafica su una serie di informazioni del tutto contrastanti tra loro: i miei amici, specie se musicisti, ne dicevano peste e corna; i giornali ne magnificavano i successi; i fans lo glorificavano; e lui, una volta che ebbi modo di sentirlo parlare alla Rete Uno della Radio Svizzera, dimostrava di essere un tipo simpaticissimo, spiritoso e per nulla scemo.

Ma così sono fatta io, che un musicista lo giudico per la sua musica, non per quanto fa ridere. E Allevi, per un minuto, può risultare anche simpatico, con quell’aria da svampito timidone che sembra gli capiti tutto per caso e i riccioloni neri e gli occhiali e la parlata popolaresca; ma a un certo punto ti viene il sospetto che tutta quella timidezza adolescenziale, che forse un tempo c’è stata davvero, adesso non è che una posa, una maschera utile a fare istantaneamente breccia nel cuore di madri e figlie.
E alla fine non sai più dove finisce il cabaret e dove ha inizio la musica. Perché quando comincia la musica cominciano le svenevolezze romanticheggianti, lungo la parabola discendente che partendo dal Michael Nyman di Lezioni di piano, attraversa l’intera produzione di Ludovico Einaudi e affonda appunto nella tastiera melensa di Allevi.
Venerdì sera, tra il pubblico di Lugano, c’erano signore che ascoltavano ad occhi chiusi, rapite in estasi; io invece mi accasciavo penzoloni sulla transenna cercando di tenere attivo il cervello per individuare una logica, un barlume di coerenza in quella musica mielosa che avrebbe potuto venir buona, tutt’al più, come sigla di una qualche sit-com americana della mia giovinezza.
Ma la sapienza di Allevi sta nell’alternare queste scempiaggini con docce fredde di brani simil-jazz-d’avanguardia: una specie di Chick Corea che scimmiotta Schoenberg e lo fa senza grazia alcuna, senza gusto, senza coerenza ritmica né stilistica. Non so, probabilmente sono io che sono limitata, ma devo confessare che della musica di Allevi non ho capito niente. Questo è il punto: non posso neanche dire che non mi sia piaciuto perché, di fatto, non ci ho capito niente.
Non capisco perché un pezzo di Allevi comincia e perché, a un certo punto, finisce.
Ho sopportato cinque (o sei?) brani – ringraziando il cielo brevi – sapientemente alternati tra melenso e scioccante, ma ognuno nel suo genere indistinguibile dall’altro: ancora cinque minuti e sarei stramazzata al suolo, nonostante la transenna.
Nel segreto del mio cuore ho anche ringraziato la sorte che qualche anno fa mi ha voluta impiegata e non più venditrice di dischi. Perché per lunghi anni ho tollerato quanti venivano a chiedermi “musica classica tipo Richard Claydermann”; per lunghi, indimenticabili anni ho sbolognato - con cortesia professionale, si intende - gli orfani di Lezioni di piano con dosi massicce di Einaudi e George Winston; ma giuro che oggi non avrei animo di reagire con efficiente cortesia a chi mi chiedesse “qualcosa tipo Giovanni Allevi”.

mercoledì 7 luglio 2010

Summer melancholia

L’estate mi diventa ogni anno più faticosa. Di questa stagione, ormai mi sono ridotta ad amare la luce serale, che mi ricorda certi vecchi libri di storie svizzere, e poi i sandali e le mie unghie smaltate. Detestabili al massimo grado gli uomini in bermuda e infradito, per i quali la libera circolazione dovrebbe essere ammessa solo nelle località balneari; parimenti insopportabili alla vista le grosse tette tremolanti esibite in ogni occasione con la disinvoltura e il cattivo gusto tipici delle presentatrici televisive in voga.

Avrei dovuto raccontare dei concerti di Lugano, del famigerato Giovanni Allevi, della puntata al festival jazz di Ascona (mai più ad Ascona!): non so perché non abbiano ancora inventato una memoria esterna, un hardware rimovibile da collegare al cervello per registrare i pensieri e scaricarli poi sul pc. Lì per lì ogni particolare sembra degno di essere raccontato, poi a casa ogni immagine trascolora, subentra la stanchezza o la gelosia nei confronti di un’emozione (la certezza di non essere capiti), o semplicemente la malinconia.

Non c’entra nulla con quanto detto fin qui, però sento il bisogno di ricordare che fu esattamente trentatrè anni fa che misi piede nel Regno Unito per la prima volta: era il 7/7/77, per chi crede ai numeri e ai loro significati. A Victoria Station c’erano dei punk con borchie e catene e creste verdi e io pensai “Oddìo, ma allora esistono davvero i capelli verdi!”. Imparai con mia grande sorpresa che l’inglese era tutt’altra cosa rispetto a quello che c’era sul mio libro di testo: in bocca agli inglesi suonava diverso persino dalla lingua delle canzoni e appresi con sgomento che purple non si pronunciava affatto parpol. (vedi alla voce Deep Purple). Mi capitò di vedere anche la Regina: mi sfiorò quasi – me e centinaia di altre persone, of course - in un’auto perfettamente nera e scintillante. Indossava un abito rosa favola e sembrava anche carina mentre sorrideva salutando tutti con un guantato gesto regale.

domenica 4 luglio 2010

giovedì 1 luglio 2010

Luglio

Non si capisce perché la gatta consideri una leccornia l'acqua che stagna nei bidoni di raccolta. Comunque il basilico cresce rigoglioso e non ci possiamo nemmeno lamentare delle zucchine: io non faccio che cucinarne i fiori (ma non li friggo, li faccio stufare per condirci la pasta).
Accanto al mio letto c'è ancora una pila di libri sui quali ogni giorno mi riprometto di scrivere qualcosa ma la faccenda va avanti da settimane, così è chiaro che quella torretta sghemba è lì con l'unico scopo di crollare miseramente al prossimo passaggio maldestro dell'aspirapolvere.
Incredibilmente ho molto lavoro ma sia in ufficio sia in fabbrica si respira un'aria malsana: sembra sia in atto una guerra di tutti contro tutti.
Le zanzare sono noiosissime e purtroppo il nostro affezionato ospite notturno, il pipistrello Vincenzino, proprio quest'anno ha deciso di traslocare presso qualche altra trave, disertando il nostro balcone. Vincenzino torna, ti prego.