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lunedì 1 aprile 2013

A data da destinarsi

Commossa e onorata, ringrazio di cuore Jumbolo e Monty che, nell'ambito del Liebster Award, hanno voluto riservare una nomination anche a questo mio evanescente blog. Allo stesso tempo, tuttavia, l'immeritato riconoscimento mi costringe a prendere atto di quanto questo diario virtuale mi sia diventato estraneo e dunque obsoleto. Il duro percorso della malattia ha indubbiamente fatto di me un'altra persona, e ritornare su queste pagine mi fa sentire ogni volta inadeguata e fuori tempo massimo: come uno studente che, preparando il necessario per partire alla volta di una università lontana, si guarda in giro e sorride alla vista dei pupazzi di peluche sparsi per la stanza. Non so esattamente cosa significhi, ma è così che mi sento. Il senso di inadeguatezza mi rende taciturna; recitare una parte non è nel mio stile. La persona che sono diventata e che sto diventando non ha ancora un'identità precisa, perciò bisogna che io chiuda questa stanza per evitare malintesi, per non generare ulteriori ambiguità. Credo che un giorno ritornerò, perché di solito il vizio di scrivere non mi abbandona mai troppo a lungo, ma sconsiglio vivamente l'attesa.

Saluto i miei quattro lettori e i miei due estimatori - che naturalmente non smetterò di seguire con affetto e interesse - con questo video che, pur non avendo assolutamente nulla a che fare con quanto detto sopra, io trovo irresistibile. A ben pensarci, però, la storiella apparentemente banale di questo adorabile cucciolo di orso polare mi affascina così tanto perché, più in generale, ha a che fare con la sorte, la fragilità, il rapporto tra protezione e libertà. Hai detto niente.



P.S. Questo post non è un pesce d'aprile.

martedì 12 febbraio 2013

A zonzo dopo la fisioterapia

A Varese, in luogo di una fantasiosa boutique della carta, hanno aperto un negozio di cremazioni. Così c'è scritto sull'insegna: Cremazioni. Benché ammirata di tanta semplice compostezza, mi rammarico che nella vetrina di un negozio così ci si possa mettere ben poco.
Intanto il Globe Cafè (che da qualche settimana ha la ventura di essere vicino di casa del Maroni-Point) mi sembra stia diventando un locale finto-alternativo, vale a dire un posto per fighetti che si travestono da intellettuali. In ogni caso fanno bene questi studenti che si godono la vita e i soldi dei genitori così, facendo comunella in un caffè chic del centro. Io ai tempi dell'università mi contavo in tasca i soldi per le fotocopie e il pezzo di focaccia quotidiano e infatti si vede dove sono arrivata. 
In ogni caso anche quest'ultima perturbazione è stata risolta con una certa efficienza e, come al solito, io ero l'unica a circolare in città con la macchina ancora glassata di neve.
 

lunedì 11 febbraio 2013

A Sylvia (27/10/32 - 11/02/1963)

Le colline digradano nel bianco.
Persone o stelle
mi guardano con tristezza, le deludo.

Il treno si lascia dietro una riga di fiato.
Oh lento
cavallo color della ruggine,

zoccoli, dolorose campane -
È tutta la mattina che
la mattina sta annerendo,

un fiore lasciato fuori.
Le mie ossa racchiudono un'immobilità, i campi
lontani mi sciolgono il cuore.

Minacciano
di lasciarmi entrar in un cielo
senza stelle né padre, un'acqua scura.

Sylvia Plath, Pecore nella nebbia
2 dicembre 1962, 28 gennaio 1963

(traduzione di Anna Ravano)

martedì 8 gennaio 2013

domenica 6 gennaio 2013

Giorno di festa

All'uscita dal cinema, la città mi è sembrata improvvisamente straniera: il tiepido celeste primaverile era stato sostituito da uno scenario severo punteggiato di luminosità geometriche. Le mille auto deserte parcheggiate lungo i marciapiedi facevano pensare all'improvvisa dissipatio del genere umano. Come se durante la proiezione del film una forza oscura avesse risucchiato l'umanità. Le luminarie delle feste pendevano inutili, sfarzosamente fuori luogo. Niente luci alle finestre e negozi chiusi. Su tutto l'incongruo tepore di primavera e il senso di una solitudine irrimediabile veicolato dal film.
 

martedì 25 dicembre 2012

Christmas blues

Osservo la pioggia, leggera come polvere, mangiarsi impercettibilmente la polpa bianca di una neve vecchia e ostinata. Due giorni fa, lunghe file di auto in coda all'autolavaggio: a che scopo?, mi chiedevo. Bisogna avere l'auto lustra per andare a pranzo dai parenti? O per caricarsi di cibarie al supermercato? E quanto si può arrivare a mangiare? Di quanto di tutto quel cibo abbiamo davvero bisogno?
Natale è un giorno triste sempre, anche quando, come oggi, scelgo di disertare pranzi e aspettative altrui, restando al di qua del vetro ad osservare la pioggia.  Nella bruma incolore si agitano le contese degli uccelli per le ultime delizie d'inverno.

venerdì 23 novembre 2012

Allarmi

Stamattina il chiacchiericcio dei merli era così sguaiato da strapparmi al sonno. Mi sono alzata allarmata, con la sensazione che la piccola comitiva nera si fosse data convegno nel mio giardino per discutere qualche faccenda di particolare gravità. Ma è bastato che aprissi la porta perché l'intera comunità frullasse via all'istante, lasciando dietro sé il silenzio dei rami nudi. 
Le talpe, intanto, procedono incessanti a trapanare campi. 
Quanto a Rebecca, non l'ho mai vista mangiare così tanto: come un neonato, ogni due ore esige un po' di pappa e riesce sempre a estorcermi una dose supplementare di croccantini. Come se si stesse attrezzando contro difficoltà imminenti. Forse l'inverno è alle porte.

In ricordo di Montserrat Figueras (15/03/1942 - 23/11/2011)



mercoledì 14 novembre 2012

Last Leaves of Autumn




 
Oh the leaves how they shimmer
Trees lift their skirts and they quiver
Gently they lay down
To the dirt and dust and ground

They lose their innocence to find it all over
Ain't nothing missing, they 're just high on a feeling
All they need is believing, no reason will do
I'm hanging on like the last leaves of autumn
But I'm coming through like the first shoots of spring
I'm standing outside of space and time
And I'm healing
Believing

I'm ready for a first time feeling
Something I can believe in
I'm ready for a first time feeling
Awaken sleeping season

(Beth Orton, Last Leaves of Autumn, 2012)

giovedì 5 luglio 2012

L'importanza di essere gentili

Una Tac è una Tac, è chiaro. E il mezzo di contrasto è quel liquidino che, una volta in vena, per una manciata di secondi ti fa sentire incandescente. Se però ad accompagnarti in una simile indesiderata avventura ci sono persone gentili, pazienti, comprensive, che provano a distoglierti dalle tue ansie, che ti chiedono mille volte come ti senti, se è tutto ok, se ce la fai da solo o hai bisogno di una mano, a esame ultimato almeno non ti resta addosso niente di traumatico; il che, in tempi di malattia, non è poco.
Milletrecento euro al mese guadagna una persona che ha il delicato compito di accogliere creature (d'ogni età, indole e povenienza) impaurite, prepararle all'esame, iniettare loro il liquido e badare che tutto funzioni a dovere. Milletrecento euro e un impiego diviso tra due ospedali ("ci mandano una settimana qua e una là"). Dopo trent'anni di lavoro.
Qualcuno mi dirà che, stipendio o non stipendio, la gentilezza, al pari del coraggio, uno non se la può dare. È vero fino ad un certo punto. Perché se è ovvio che la gentilezza in una persona non è direttamente proporzionale allo stipendio, è altamente probabile che un trattamento economico e umano inadeguato - per non dire umiliante - generino disamore per la professione. Se l'immenso capitale umano e professionale del personale medico e paramedico continuerà ad essere gestito esclusivamente secondo le fredde logiche dell'economia aziendale possiamo aspettarci solo il declino di un sistema sanitario nazionale che, in linea di massima, resta invidiabile. Certo la gentilezza di medici e infermieri da sola non cura, ma non ho dubbi sul fatto che aiuti a guarire.

domenica 10 giugno 2012

La stanchezza mangia l'anima

Il temporale di stanotte ha abbattuto la mia dalia. Il suo bocciolo promettente era una delle poche cose che desse un senso a questo grigissimo scorrere dei giorni. Il bluesman sostiene che la dalia e il suo gambo energico ce la faranno, si rimetteranno in piedi presto. Sarà: ma alla luce dei nuvoloni neri che vanno addensandosi, mi è difficile credere alla resurrezione della dalia.
Esattamente trent'anni fa moriva Rainer Werner Fassbinder. A 17 anni, grazie alla Rai, avevo già visto tutti i suoi film più importanti, Berlin Alexanderplatz (integrale) compreso. Attraversai gli ultimi giorni di scuola con lo stesso animo desolato e schifato che mi ritrovo oggi: in classe certo non c'era nessuno con cui potessi condividere quella perdita. Era un dolore troppo privato, così privato che anche oggi mi disturba parlarne. I miei compagni pensavano alle vacanze, ma io non avevo vacanze in programma. Ricordo che mi comprai un sacco di classici tascabili supereconomici - Alfieri, Camus e chissà che altro - e trascorsi i primi giorni d'estate chiusa nella mia stanza a leggere.
Un paio di mesi più tardi, mio fratello A., con uno di quegli slanci paternalistici che ancora oggi ogni tanto sono costretta a rimproverargli, decise che ci avrebbe fatto bene visitare un po' di Germania. In un dorato giorno di fine agosto facemmo tappa ad Altdorf, consumando all'ombra di un albero secolare, nei pressi del convento dei cappuccini, le frugali provviste di cui ci aveva dotati nostra madre.  Ci vide un anziano signore in completo e cappello nero, barba bianca e bastone da passeggio, che, nel silenzio assolato dell'ora più calda, percorreva il sentiero con pensosa determinazione. Era uno di quei giorni perfetti dai contorni nettissimi che solo la fine dell'estate sa regalare. Ebbi la sensazione di essere finita dentro un libro di Hermann Hesse e mi vergognai un poco delle briciole di plum-cake che andavo spargendo e del frusciare della carta stagnola.
Zurigo, Monaco e Stoccarda, dove giungemmo all'ora malinconica del tramonto: un gruppo di orchestrali - le donne in neri abiti svolazzanti - raggiungeva il luogo dell'esibizione. A differenza di noi due, tutti in quella città, a quell'ora, avevano una destinazione, un luogo da raggiungere. Dormimmo in una specie di bettola - credo che ci tornò utile l'essenziale tedesco turistico appreso nel corso delle vacanze infantili in Alto Adige - e la mattina ci fu servita una devastante colazione germanica. Dopo qualche giorno facemmo rientro in Italia attraverso il passo del Giovo: essendo rimasti quasi senza benzina, percorremmo tutto il passo in discesa a motore spento fino a Vipiteno.
Non provo alcuna nostalgia. Sono stata raramente felice nella mia giovinezza e, forse per questo, ho sempre provato una singolare attrazione per le persone infelici. Quel che rimpiango è la capacità che avevo un tempo di percepire una perdita come un'ingiustizia, e, conseguentemente, di reagirvi con una sfida. Oggi vivo il mio tempo come un'oppressione senza speranza, un dovere insensato senza via d'uscita.

venerdì 1 giugno 2012

I 70 anni di Alberto Radius


Tra gli illustri rockers attempati  - come ama definirli lei - che nel 2012 hanno tagliato il traguardo dei 70 in eccellenti condizioni artistiche, non va assolutamente dimenticato Alberto Radius. Il suono torvo e tagliente della sua chitarra ha caratterizzato buona parte della musica popolare di qualità degli anni '70 e '80; un suono dal retrogusto amaro e vagamente ironico, sostenuto da una raffinatezza nel fraseggio davvero raro nel panorama italiano. Ascoltare Strade dell'Est di Battiato per credere. Felice compleanno Alberto Radius.

giovedì 31 maggio 2012

Resistere

In ufficio, di questi tempi, sono sottoposta a una pressione tale che l'unica strategia difensiva possibile è la fuga. Così oggi pomeriggio per evitare una crisi di nervi dalle conseguenze imprevedibili - il cuore si era fatto ballerino e la mente già proiettava con insistenza immagini di me digrignante, armata di matite appuntite e lanciata furiosamente contro il capo - ho chiamato in causa un impegno inderogabile e ho abbandonato la postazione un'ora prima del previsto.
L'aria aperta ha prodotto subito effetti benefici. Ho attraversato la campagna assolata dove i soliti tre signori un po' ingobbiti che vivono nella stessa casa - saranno fratelli? non si sa - tagliavano l'erba con la falce (ovvero facevano il fieno). Poi sono andata all'ufficio postale a spedire un messaggio di felicitazioni alla mia amica ormai naturalizzata dublinese che la settimana prossima convolerà a nozze in un romantico angolo della contea di Meath; inutile dire che la invidio molto: non per il matrimonio ma per la contea di Meath e per la naturalizzazione dublinese.
Dopo un salto al Bar degli Spettri - dove ho acquistato un grattaevinci da tre euro che ne ha fruttati ben dieci: ora sì che sono ricca - sono andata a far benzina e infine al supermercatino dei disperati a comprarmi un cestino di fragole.
Ed ora sono qui, con la malinconia che presto si tramuterà in angoscia, a contemplare il balconcino fiorito: un tripudio di rossi e rosa in ogni possibile variante e gradazione. Meno male che c'è Rebecca, la mia bellissima gattina enigmatica - tuttora un mistero insondabile - che schizza qua e là per il giardino, lucida macchia di velluto nero contro lo splendore dell'erba. Rebecca non è esattamente il gatto coccoloso che tutti sognano, però è, a modo suo, molto affettuosa ed estremamente comica, soprattutto quando dà la caccia  a volatili che non potrà mai raggiungere.
Così le ombre calano sull'ennesimo nulla di fatto. Ci si accontenta di equilibri precari, ci si confronta con attese snervanti; in breve, si cerca di resistere. Un pensiero carico di affetto e nostalgia, a tutti i miei amici emiliano-romagnoli che per ben altre ragioni, in questo momento, si trovano a condividere il mio stato d'animo.

domenica 27 maggio 2012

Il re del mondo

Rovistare nell'armadio in cerca delle mie scarpette scamosciate avendo negli occhi le immagini oscene delle carneficine siriane mi fa sentire un'idiota, una cretina scollegata dalla realtà.
Oggi pomeriggio sono stata al cinema, e in mezz'ora di trailers non ho visto un fotogramma che non grondasse sangue e terrore. Davvero la gente ha tutto questo bisogno di spaventarsi e nutrirsi di mostruosità? Ma che si guardassero su Youtube i video che arrivano dalla Siria. Forse il problema è che quelle teste spaccate sono tragicamente vere? Certo davanti a quella distesa di corpicini straziati è un po' difficile far calare il sipario autoconsolatorio della finzione, anzi, viene quasi istintivo turarsi il naso per non sentire l'odore del sangue.
Cosmopolis è un film intenso con una sceneggiatura preziosa (peccato non aver letto il romanzo). Immagino che a proposito di questo ultimo lavoro di Cronenberg qualcuno tirerà fuori il solito, temibile aggettivo "moralista" - stigma irrimediabile -, come sempre accade, del resto, quando viene messa in dubbio l'onnipotenza del denaro. Ma ho trovato singolare quell'insignificante particolare scovato per caso nei titoli di coda. Security to Mr. Pattinson. Voglio dire: vedi un film dove la security è tutto - ed è ossessionante, invasiva, asfissiante al punto che per riacquistare un minimo di autonomia sulla propria vita Packer deve eliminare fisicamente la propria guardia del corpo - poi leggi che l'attore che ha interpretato questo personaggio paranoico gira regolarmente con la guardia del corpo. Della serie: ok, abbiamo scherzato, era solo un film. Proprio come i film orrorifici dei trailers che giocano a terrorizzare spettatori annoiati e bisognosi di emozioni forti.
Forse era meglio lasciare il romanzo al suo posto ed evitare di farne un film. O magari sarebbe stato più serio e coerente ingaggiare un attore meno glamorous; puntare sulla qualità del film, sulla forza del messaggio, anche a rischio di un flop. Già, ma siamo sempre lì: e chi l'avrebbe ripagato poi quel flop?
Aveva ragione Battiato: il re del mondo ci tiene prigioniero il cuore.

sabato 28 aprile 2012

Centro di gravità isolante

È uno di quei periodi in cui mi fa particolarmente male vivere. Qualsiasi cosa fa male. Certo la primavera coi suoi estremismi è fatta apposta per acuire questo stato di cose, e questo stato di cose mi rende particolarmente intollerante nei confronti degli imbecilli. Il che spiega perché l'altro giorno mi sia riuscito così facile mandare a quel paese il mio capo. Il quale ha poi reagito bonariamente cercando - senza successo - di minimizzare e ricucire lo strappo ("sembrava Berlusconi" a detta di un giovane collega presente alla zuffa).

Sta di fatto che stamane sono uscita di casa intenzionata ad acquistare un ombrello per il bluesman - essendo il suo andato distrutto durante una discussione particolarmente vivace in un'alba di tempesta - e mi sono ritrovata invece a girovagare senza meta per il centro di Varese. Dovevo anche andare a cercare un certo libro, ora che ci penso. Invece mi sono lasciata distrarre da un paio di simpatiche chanel che "bucavano" la vetrina di un negozio di calzature conservatrici: di vernice rosa bordate di rosso e viceversa, mi hanno fatto pensare a quei bizzarri modelli di Vivienne Westwood - con applicazione di golosissime ciliegie scarlatte o lucide sfere blu del tipo addobbo natalizio - viste a Londra un paio d'anni fa; tanto più che queste, se ho capito bene, andrebbero indossate spaiate, cioè su un piede una scarpa rosa bordata di rosso, sull'altro la rossa con rilievi rosa. Ricordo di aver letto da qualche parte che Helena Bonham Carter si presentò ad una serata di gala con scarpe di diverso colore. Certe arditezze in uno storico negozio conservatore del centro di Varese mi impressionano.
E che dire delle mid season promotions ostentate con falsa naturalezza da Benetton, Stefanel e Levi's?
Intanto però scopro che in Piazza del Podestà - Piazza del Garibaldino secondo la preferibile vulgata locale - ha aperto una boutique Dior nella quale tante piccole borsette dai colori orribili occupano ciascuna uno scaffale di cristallo. Poco più avanti sfavilla l'enorme, recentissima boutique Gucci. Quanto a Hermès, corre voce in città che "lavori tantissimo".

Constatato che anche dopo due caffè, il secondo dei quali offerto dall'estetista - sì sempre quella che non saprebbe cosa fare a Londra - la situazione non accennava a migliorare, mi sono dovuta arrendere all'evidenza: quando niente sembra andare per il verso giusto, quando nulla sembra fare veramente la differenza, quando non c'è bussola in grado di dare indicazioni, è il momento di comprare un paio di scarpe. Scarpe, sandali: non ha importanza. Una delle ragioni per cui ho imparato ad amare l'inverno è la possibilità che mi offre di indossare robuste scarpe di foggia maschile, quando non militare: uno spesso strato di pelle e gomma contro tutto. In estate do sfogo alla voglia di zeppa. Zeppa e plateau, possibilmente, o un tacco sufficientemente alto da staccarmi da terra, qualcosa che funzioni da isolante nei confronti della realtà.
I sandali  che ho comprato stamattina hanno un valore aggiunto: le borchie anni '70 mi ricordano i tanto agognati zoccoli della mia preadolescenza: non un periodo felice, ma un tempo in cui sognare era vitale e l'istinto di sopravvivenza ancora intatto. Quasi che le mie nuove zeppe borchiate - dotate pure di corda e fibbie ben evidenti per un surplus di dettagli seventies - richiamando una mia antica identità, potessero in qualche modo ricollocarmi sulle strade del mondo, riavvicinarmi a un possibile centro di gravità. Un centro di gravità del tutto privato, sia chiaro, e soprattutto staccato da terra di almeno una dozzina di centimetri.

mercoledì 25 aprile 2012

25 Aprile


"Su molte facce intorno c'era il dubbio
e la stanchezza.
Ma non su quella di Dante di Nanni."

sabato 21 aprile 2012

venerdì 20 aprile 2012

La Petite Messe Solennelle di Rossini a Varese: a ciascuno la propria rivoluzione

Appollaiata in posizione strategica in una cappella del transetto, in attesa della piccola messa solenne rossiniana, non riesco a staccarmi dai protagonisti del romanzo che ho appena finito di leggere. Tra le due opere – Pure di Andrew Miller e la Petite Messe Solennelle – non c’è alcuna relazione; eppure sento qualcosa di appropriato, quasi necessario, in questo abbinamento voluto dal caso.

Mi chiedo se non sia Parigi l’elemento forte in grado di trascinare fin qui, fino a questo altare di marmo chiaro - le due file di sedie che attendono il coro, i due pianoforti smaglianti e l’harmonium collocato al centro - la suggestione di un romanzo cupo, intriso di pioggia e putridume. Non è Parigi, concludo: eccezion fatta per qualche traccia linguistica, qualche arcaismo di chiara ascendenza francese, Pure è un romanzo profondamente inglese – solo gli inglesi sanno titillarsi così magistralmente col macabro, solo un inglese poteva accingersi con tanto stile alla descrizione dello svuotamento di un vecchio cimitero ammorbante. In ogni caso la Parigi in cui l’ingegnere Jean Baptiste Baratte compie la propria missione purificatrice è una Parigi che di lì a poco sarà stravolta dalla Rivoluzione, mentre Rossini concepisce la sua ultima opera importante in una città che ha ormai cambiato pelle più volte.

C’è però in entrambi i lavori il senso di una solitudine ostinata, un disagio esistenziale insopprimibile, un percorso intimo che, nonostante tutto, non può fare a meno di scavalcare le faglie della storia: una sofferenza individuale che, scavo dopo scavo, o nota su nota, sopravvive ai movimenti tellurici delle epoche e porta a compimento il proprio destino.

La famosa "fragilità" – oggi diremmo sbrigativamente depressione - di cui si doleva Rossini nel dorato e volontario esilio parigino era anche disagio nei confronti del Nuovo in arrivo (il wagnerismo rampante) e dell’onnipresente ipocrisia. Baratte, nel dissotterrare scheletri su scheletri (e pure qualche cadavere), vede distintamente come i sogni di gioventù non coincidano con la realtà, prende atto del fallimento di un idealismo finito letteralmente sotto terra. In questo confronto tra vecchio e nuovo, nel conflitto tra antichi splendori e fine del sogno, la tentazione di gettare la spugna è per entrambi fortissima.

Forse è proprio il Potere, la monumentale, granitica stoltezza del Potere a sollecitare la dignità dei due uomini – entrambi stranieri a Parigi - feriti dalla vita: il giovane ingegnere che dalla Normandia giunge in città con l’illusione di dare una svolta al proprio futuro e il compositore italiano di successo in crisi creativa. Lo scontro fra l’intelligenza dell’uomo e l’assurdità del Potere scatena una reazione propulsiva. Nel condurre a termine la propria missione impossibile – dissotterrare decine di migliaia di scheletri, ma si tratta di ordini impartiti direttamente da Versailles! -, scavando fuori e dentro di sé, Baratte si libera anche della propria zavorra individuale, di un vincolante retaggio famigliare.
Quanto a Rossini mi riesce difficile immaginare, per un compositore dell’epoca, un gesto più rivoluzionario della creazione di una messa da camera, in aperto dissenso con la bolla papale che impediva alle donne di cantare nei luoghi di culto. Mai il compositore avrebbe sottomesso la propria arte, la propria ispirazione e, perché no, la propria fede ad una assurda bolla papale. Una messa da camera più moderna di tanta musica ormai in voga nei teatri d’opera del tempo. Una messa che più soggettiva di così non potrebbe essere, con azzardi melodici e armonici che sembrano non avere fine e un pianoforte (harmonium e secondo pianoforte servono essenzialmente a rimpolpare il suono in alcuni frangenti) che sostiene tutto quanto: coro, solisti, l’intera struttura dell’opera. Una parte tecnicamente non troppo impervia che tuttavia necessita di un pianista dotato di una profonda sensibilità operistica (in questo senso massima lode a Vincenzo Scalera).
La Basilica di San Vittore rifulge in tutto il suo splendore barocco e non potrebbe essere più lontana dalla chiesa semidiroccata, annessa al cimitero degli Innocenti, che viene rasa al suolo nel romanzo di Andrew Miller. E improvvisamente mi ricordo che la parola conclusiva del romanzo è luce.

sabato 14 aprile 2012

Wuthering Heights di Andrea Arnold

Non è rimasto molto del capolavoro di Emily Brontë nella riduzione cinematografica realizzata dalla regista britannica Andrea Arnold: e non mi riferisco solo ai sostanziosi tagli apportati alla vicenda narrata nel romanzo; da parte di Andrea Arnold c'è il preciso intento - dichiarato in numerose interviste - di raccontare la storia secondo il proprio gusto, secondo i propri canoni stilistici. "I really wanted to honour Brontë," the director claimed."Wuthering Heights is a strange, dark and profound book and I wanted to honour that spirit. I made decisions that felt true to me but also true to the spirit of the book."

Per mantenersi fedele allo spirito del romanzo, Arnold imposta il registro dell'asprezza a tutti i livelli: il vento come unica colonna sonora, dialoghi ridotti all'essenziale, povertà e ignoranza, fango e sporcizia raccontati con la tipica ineleganza della macchina da presa a spalla. Per qualche minuto l'idea funziona: è proprio in un mondo fatto di ruvidezze che ha origine il rapporto esclusivo tra Heathcliff e Catherine - per sua natura un rapporto "contro" -, vero nucleo del capolavoro di Emily Brontë. Di fatto, l'iperrealismo di Arnold finisce per avvitarsi su se stesso: e così, dopo un'ora di fango e vento, brughiere senza pace e selvaggina sanguinante, ci siamo fatti un'idea molto chiara del fatto che gli esseri umani sono bru(t)ti e cattivi e il mondo si regge sulle ingiustizie ma siamo a metà film e l'iniziale spaesamento del giovane Heathcliff sembra non avere vie d'uscita, non subire evoluzioni di sorta. Quel che è peggio, per cementare il legame tra i due giovani protagonisti, Arnold decide di introdurre qualche indizio di carnalità morbosa  totalmente estraneo al romanzo e lontanissimo dalla sensibilità di Emily Brontë.
Non paga di ciò, pur di risultare alternativa a tutti i costi, la regista decide che Heathcliff deve essere interpretato da un attore di colore. Scelta piuttosto inefficace dal punto di vista narrativo perché ha l'unico risultato di confinare Heathcliff nel ruolo evidente di schiavo, di "diverso" senza speranza. Colui che nella fantasia di Emily Brontë  viene descritto come "dark skinned gypsy" - definizione vaga e meravigliosa che scatena la fantasia del lettore -, nel film è un bellissimo, taciturno ragazzino di colore costretto a passare la mano, quando è il turno di Heathcliff adulto, a un attore perennemente corrucciato e ripiegato su se stesso che non ha nulla, ma proprio nulla, del magnetismo inquietante di Laurence Olivier nell'indimenticata versione cinematografica di William Wyler.
Lo svolgimento del film è notevolmente sbilanciato a favore del periodo adolescenziale della storia; il rapporto tra Catherine e Heathcliff adulti viene tratteggiato in modo piuttosto sbrigativo ed è un vero peccato perché Kaya Scodelario è un'attrice ineteressantissima che avrebbe saputo esprimere perfettamente la complessa personalità di Cathy: lo spazio che le viene concesso è purtroppo piuttosto limitato.
Ossessionata com'è dal realismo e dai dettagli d'epoca - sembra che alle intepreti femminili sia stato chiesto addirittura di non depilarsi - Arnold trascura completamente l'aspetto gotico della storia, pare del tutto insensibile al concetto di mistero e alle inafferrabili dinamiche della comunicazione extrasensoriale. La scena in cui Heathcliff si avventa sul cadavere dell'amata ricoprendolo di baci, lungi dall'essere gotica, è semplicemente di cattivo gusto. E il tentativo di riesumazione della bara è semplicemente degno di un horror inclassificabile.
Questa recente rilettura di Wuthering Heights è, in estrema sintesi, un tentativo ambizioso non andato a buon fine: più che indagare gli abissi della psiche e restituirci le passioni d'amore come rapporti di potere, Andrea Arnold - al di là di parecchie cadute di stile - ci ha offerto essenzialmente un documentario ben dettagliato delle condizioni di vita nelle campagne inglesi nei primi decenni del secolo diciannovesimo.


domenica 8 aprile 2012

La guerra del futuro

Dovrebbero essere 135, tutti pakistani, prevalentemente soldati. Giacciono lassù, in un luogo impervio di terribile bellezza, al confine tra India e Pakistan, sepolti da oltre 20 metri di neve. Con ogni probabilità resteranno lì per sempre. Nessuno li troverà mai. Con certezza nessuno di loro avrebbe voluto trovarsi lì, a combattere una guerra incomprensibile e quasi segreta per il possesso di un ghiacciaio.
Di questa tragedia - l'ennesima storia di anime morte - in Italia si è detto il minimo indispensabile. Il radiogiornale della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana, invece, questa sera ha trasmesso un'intervista al giornalista svizzero Mario Casella  che, per realizzare questo documentario, nel 2005 ha trascorso due mesi proprio nel luogo della sciagura: un mese nel campo base pakistano, un mese in quello indiano. Raccontava, Casella, di quei poveri soldati provenienti dalla città, dal mare: gente che non aveva mai visto un ghiacciaio e neanche se lo poteva immaginare. Raccontava della moltitudine di anime morte per congelamento, lassù a 6-7000 metri. Secondo il giornalista svizzero, il senso di questa guerra ad altissima quota che consuma un milione di dollari al giorno, starebbe tutto nell'acqua. Perché dal Siachen, il ghiacciao conteso, appunto, ha origine il fiume Indo e dunque la guerra del ghiaccio è in realtà guerra per il controllo di una sorgente. Una guerra per l'acqua che, secondo Casella, "prefigura i conflitti dei prossimi decenni".

Qui al minuto 17.24 l'intervista.